Archive | 19 settembre 2012

quella spiaggia meravigliosamente stupenda e bianchissima

Lavoro nel mondo del turismo da un sacco di tempo, ma non ho mai potuto sopportare il linguaggio  enfatico che spesso viene usato in questo campo. Quando si fa programmazione non è facile descrivere certi percorsi di viaggio in maniera tale da rispettarne il reale e allo stesso tempo rendere accattivante l’offerta, ma tutto ha un limite. Per accalappiare il cliente spesso si ricorre ad una prosa descrittiva artificiale. che tanto sa di fasullo o quanto meno di poco credibile. E’ il linguaggio dei depliant turistici stampati da certi operatori. La mania dell’enfasi nasce negli anni ’80, con l’avvento del turismo di massa, quando anche il più deficiente fra  i deficienti si buttava nel mondo del turismo per il solo fatto che sognava di viaggiare, aprendo magari la propria attiività con i soldi della liquidazione di papà,  soprattutto perchè a quel tempo si vendeva qualunque cosa a chiunque, tanta e tale era la smania di muoversi degli italiani e i soldi che circolavano. Così, da allora, è rimasta quell’impronta esagerata, che mi ha dato fastidio da sempre.  Per vendere meglio il proprio prodotto ecco che nulla è più com’è veramente. Le spiagge diventano stupende, bianchissime, meravigliose e romantiche, il mare è sempre cristalino e limpido, la montagna un luogo dove riposare lo spirito e la mente, l’Africa un continente selvaggio e misterioso, l’Asia un’oasi di pace e puro misticismo.  Noi cerchiamo il rutilante, lo stupendissimo, il mirabolante, il magnifico. La normalità, anche se vera ( questa sì bellissima  quando c’è la salute e quel minimo di benessere che ci permette di godere delle cose ), ci piace poco, chissà mai perchè?  Forse perchè siamo in cerca di evasione, o perchè siamo stanchi della solita routine,  forse perchè vogliamo illuderci che tutto sia stato creato per noi e a nostra misura, fatto sta che la maggior parte dei depliant di viaggio recitano un codice che non mi appartiene. Ogni volta che passo in rassegna certi cataloghi  mi prende la nausea.  Senza contare gli stereotipi in cui  cercano quotidianamente di farci affogare: l’India dello spirito, la Cina del nuovo benessere, l’America delle mille opportunità, l’Africa del mistero. Un volta mi capitò una signora che in India voleva a tutti i costi partecipare ad una seduta di meditazione. Lei seguiva a Milano dei corsi di yoga, benessere e dintorni e voleva sperimentare tutto ciò ” possibilmente dal vivo “, nella terra dove presuntamente tutto questo aveva avuto origine. Trovare qualcuno che si occupasse di quelle cose fu una delle imprese più difficile della mia vita lavorativa. Gli indiani a cui chiedevo lumi mi guardavano con gli occhi sgranati e quasi non capivano di cosa stessi parlando. Loro, che avevano la pancia un più vuota della nostra,  erano  impegnati in una lotta  un po’ diversa che non fosse quella d’ inseguire artifici  antistress e pratiche rilassanti. Alla fine trovammo un tizio che praticava lo yoga a casa sua. Lui, gentilissimo e un po’ confuso, invitò la borghesissima signora ad unirsi ai suoi esercizi, ma lei rifiutò categoricamente, dopo aver visto il posto in cui viveva l’uomo. Forse si aspettava l’incenso, la musica new age di sottofondo e il tappetino di cotone naturale, ecologico e bio. Ecco,credo sia meglio  raccontare le cose per come realmente sono, soprattutto  adesso in epoca di crisi, dove, la stessa, non autorizza gli agenti di viaggio o gli opertaori ad esegerare con prospettive mirabolanti. Certo, molto dipende anche  dal turista. Ci sono persone che non accetterebbero mai di sapere che la spiaggia dove trascorreranno le proprie vacanze è un bel posto e basta. La loro spiaggia dovrà  essere per forza meravigliosamente stupenda e bianchissima, la più  bianca fra tutte le spiagge bianchissime del luogo, proprio quella dove a ore fisse il personale locale, solerte e grato, serve apettitosi stuzzichini caldi, se no che razza di vacanza  sarebbe? Mi ricordano tanto una  mia compagna ai tempi dell’università. Quando noi studiavamo per un esame lei compiva dettagliate ricerche, se cercavamo di parlare due minuti con il professore quando si degnava di comparire, lei si abboccava con lui. Le lasagne della mensa che ci venivano servite il giovedì erano per lei un delizioso e superbo pasticcio di manzo e pomodori datterini, polenta e merluzzo diventavano pasticcio di mais e pesce veloce del Baltico. Era sempre un pochino sopra le righe, Marina B.  Immagino che anche per lei le spiagge dovessero essere uniche, meravigliosamente stupende e bianchissime.

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grazie alla vita ( che mi ha dato tanto ).

Tanto di tutto, è vero, e di tutto un po’. Compresa qualche gatta da pelare e qualche momento brutto, ma proprio brutto. I classici “dieci minuti in braccio all’orso”, come si dice dalle parti dove sono nato, in Piemonte. A me come a tutti, del resto. Insomma, una vita abbastanza comune e ordinaria. Come le vite della maggior parte delle persone. La bellezza sottile dell’anonimato, diceva un certo Chatwin, nel secolo scorso. Grato, dopo mille giravolte, sono ancora qui: vivo, per ora sano e mediamente felice. Che di questi tempi non è mica poco. Da molti anni lavoro nel turismo come accompagnatore, guida e consulente: Asia, Africa, Medio Oriente, America del Sud e quando capita su e giù per le Langhe e il Monferrato. A dire il vero, da quando vivo  in Veneto mi capita meno di scorrazzare per le vigne e i castelli del Piemonte, per mere e comprensibili ragioni logistiche.Da qualche anno mi occupo anche della programmazione dei viaggi individuali e di gruppo per Dimensione Turismo Tour Operator. Un lavoro complesso che implica una buona dose di pazienza, molte ore  con le spalle curve sul pc e un’instancabile dedizione a ciclo continuo. In compenso guido personalmente i gruppi che organizziamo nei Paesi di mia competenza. Una gran bella soddisfazione. Un vita un po’ raminga? Sì, a volte lo è, ma non più di quanto  lo sia quella di un rappresentante o di chi, per qualsiasi motivo, si trattiene lontano dai propri affetti causa lavoro per brevi periodi. C’est la vie. E, credetemi, poteva andare molto ma molto peggio. In realtà, pur passando molto tempo negli alberghi  di buona parte del globo, ho una casa, quattro piante sul balcone, degli amici, un’auto e perfino un grande amore. Mi manca un cane, quello sì. Ma che vita farebbe, povero cane, con un padrone che va e che viene come le primavere che passano e non ritornano più?

In realtà adoro il mio lavoro e non lo cambierei per nulla al mondo. Come in tutti i lavori però, anche nel mio ci sono alcuni aspetti, come dire, poco simpatici. Come quando la sera prima hai mangiato una bella bagna cauda dimenticando completamente gli effetti devastanti che i miasmi letali potrebbero avere sul colloquio di lavoro che avrai il giorno dopo. I turisti, croce e delizia del nostro mestiere, possono essere esattamente come una bella  bagna cauda, deliziosa se mangiata in convivio e con moderazione, fatale se divorata senza criterio e con grande abbondanza di aglio. Posto che ringraziamo il Cielo e l’Olimpo tutto per l’esistenza di quell’umano chiamato turista e  viaggiatore, che ci permette di comprarci da vestire, da mangiare e di andare qualche volta noi stessi in vacanza, capita, in tanti anni di lavoro nel settore, di sentirne di tutti i colori e, a volte, di non poterne più. Spesso, quando fra amici  o colleghi capita di scambiarci i nostri racconti di vita, salta sempre fuori qualcuno che immancabilmente mi dice: ” dovresti scrivere un libro”. Ecco: un libro non sarei capace di scriverlo, ma qualche appunto, qualche ricordo, qualche aneddoto sparso qua e là forse sì. Ed eccomi qua. Senza prestese, senza aspirazioni di sorta, senza velleità alcuna. Un diario di bordo per sorridere un po’, per riflettere, se vi va;  e per scambiarci qualche opinione sulle cose del mondo, per chi lo ritenesse opportuno. Lieve, come dovrebbe essere la vita. Concludendo: w il turista, comunque sia. Purchè sia intelligente.

 

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