Archive | maggio 2013

Nonna Lalla. Osservatorio privato

tree-harmony-black-and-white-james-bo-insognaNonna Lalla era bellissima. Lei era nata nei primi anni del secolo scorso  e non era la mia vera nonna. Era la zia di mia madre. Fra gli anni 30′ e gli anni ’40 mia madre e mia zia persero entrambi i genitori nel giro di poco tempo. Mamma aveva 4 anni e zia  ne aveva 8. Nonna Lalla era la più piccola di 13 fratelli e sorelle  e quando si prospettò la possibilità di mettere le bambine in un istituto, si offerse subito per prenderle con sé.
I fratelli promisero di aiutarla, ma i soldi non arrivarono mai.  C’era la guerra,  c’erano le  bombe che cadevano sulla città, i fascisti erano dappertutto, quell’idea incompresibile delle  leggi raziali si stava facendo strada nella gente, avviciando sempre di più il fascimo alla follia di Hitler, il mondo si  era improvvisaente capovolto. Lalla era una donna sola e cercò di crescere le nipoti meglio che poté.
Quegli anni erano duri, con i fascisti in casa e i tedeschi  a far paura da ogni parte, ma la Lalla era coriacea e sorretta da un’immensa voglia di vivere. Si arrangiò nei momenti più difficili vendendo le frittate che faceva in casa, aiutata da mia madre e da mia zia, che, piccole com’erano, potevano passare senza difficoltà perfino la linea della città piena di fascisti, sorrette  non poco dalla loro giovanissima età,dai loro straordinari capelli color del lino e dalla loro aria innocente, e quando le cose andavano bene portavano a casa qualche soldino che serviva per tirare avanti. Fece studiare le nipoti finchè potè la Lalla. Abitava nel centro storico, in un appartamento al piano terreno di una vecchia casa dell’ottocento, in un quartiere abbastanza degradato, popolato in seguito, nell’immediato dopoguerra, da coloro che erano emigrati dal Sud d’Italia, poveri, straccioni e armati di tante speranze.

Quando arrivò la libertà  e l’orrore abbe termine la Lalla  chiese una licenza di commercio e aprì una bottega di mercerie e di abbigliamento da poco in una delle stanze che davano sulla strada. La città era piccola, la gente non aveva grandi esigenze, i centri commerciali non esistevano ancora e di moda non se ne parlava affato, per cui la Lalla prese a vendere le sue cose con discreto successo. La gente del quartiere le voleva bene e lei aveva una parola gentile per tutti, ci sapeva fare la Lalla e presto divenne un’amica fidata per la maggior parte delle donne che abitavano in quella zona. A suo modo lei era una rivoluzionaria. In un momento storico in cui gli emigrati erano una risorsa inesauribile per il Piemonte, ma tutt’altro che amati dalla maggior parte degli abitanti della città, Lalla era l’amica dei napoletani e dei calabresi, cosa che, da sola, faceva di lei un’outsider assoluta. Precorse i tempi, lei, e non si sposò mai.Incontrò, più avanti nel tempo, un uomo che arrivava dall’Argentina e presero a vivere insieme come una coppia qualunque. Vissero insieme tutta la vita. Lui era un uomo piuttosto scorbutico, lunatico e scontroso, ma Lalla non accettava lezioni da nessuno e fece sempre a modo suo. Quando lui rimase paralizzato in seguito ad un ictus, lei lo assistette per una decina d’anni buoni, mandando avanti da sola la piccola merceria e curando l’orto che lui aveva in un piccolo appezzamento appena fuori città. Morì a 81 anni a causa di un tumore. Ricordo il suo volto, quando già il suo corpo era stato adagiato nella bara: la pelle era lisca, perfetta, senza una sola ruga. Aveva poco tempo da dedicarci la Lalla, sempre presa com’era dalla vita, ma quando andavo da lei o lei veniva da noi il sabato sera, di solito con la sua squisita ciambella alle noci, allora prendeva a raccontarmi storie vissute o inventate da lei stessa o da altri  e mi cantava delle canzoni i che non ricordo più, mentre faceva incredibili ricami in rilievo, combinando le tonalità di matassine di seta dai colori pallidi che pian piano diventavano piccoli copolavori che assomigliavano molto all’arte.  Era una donna povera la Lalla, senza alcun titolo di studio e senza istruzione, sorretta solo dalla sua grandissima forza di volontà. I fratelli più vecchi l’avevano mandata a scuola, ma poi erano arrivati i giorni  duri e di tempo per i vezzi non ce n’era. E tuttavia Lalla leggeva un libro dopo l’altro e, sopra ogni altra cosa, amava l’opera, eccome l’amava!  Quando non era nella sua bottega se ne stava ad  ascoltare la radio. Cucinava, puliva e ascoltava l’opera nonna Lalla. Sapeva intere strofe a memoria, conosceva i nomi di tutte  stelle del bel canto e canticchiava tutte le parti dei libretti di moltissime opere. Luis, il suo compagno, la prendeva in giro, diceva che quella dell’opera era una mania, che  non avrebbe dovuto perdere tutto quel tempo con certe frivolezze. Lei diceva che aveva ragione; poi lui se ne andava a letto e lei finalmente poteva accendersi la radio e godersi la sua musica senza che nessuno la disturbasse. Si comprò perfino un giradischi la Lalla, un giradischi e la Madama Butterfly di Puccini. Lo nascondeva sotto i panni da stirare il suo giradischi e lo faceva suonare piano la sera tardi, quando lui dormiva

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Era impavida la Lalla, ma anche ingenua, una donna forte come la roccia, ma scarsa di cultura e di mezzi, povera la mia Lalla. Una mattina  disse a Luis che doveva assentarsi per un paio  di giorni, che una cugina a cui era molto legata stava male e che aveva bisogno del suo aiuto. Aveva preparato cibo per tre settimane, aveva tirato la casa a lucido, dato da mangiare ai cani e alle galline, rifatto i letti, stirato i panni. Poteva partire. Prese il suo borsellino, si mise il cappotto della domenica e si avviò verso la fermata dell’autobus. Andò alla stazione e montò sul treno per Torino. Le avevano detto per certo che la Callas avrebbe cantato al Teatro Regio. Lei non era mai stata al Regio, ma  confidava che qualcuno del posto glielo avrebbe  indicato, una volta arrivata nella grande città. Fu coraggiosa la Lalla. Mia madre racconta che ci impiegò un sacco di tempo per arrivare a Torino. Una volta alla stazione chiese indicazioni. Qualcuno le disse dove avrebbe potuto acquistare il biglietto. Fece ore di coda la Lalla. Sicuramente le facevano male le gambe e le girava la testa, ma l’emozione  e il desiderio di poter sentire la Callas dal vivo ebbero la meglio su tutto il resto. Mamma racconta che quando arrivò il suo turno, la Lalla chiese un biglietto, aprì il borsellino per pagare, estrasse cinquecento lire e li diede alla cassiera. Dall’espressione della donna capì che c’era qualcosa che non andava, ma lei non sapeva cosa. ” Signora, il biglietto per questa sera costa sei mila lire. Questi sono cinquecento lire, ne mancano cinquemila e cinquecento. Che cosa facciamo?” La Lalla la guardò inebetita, senza ancora capire. Poi, con un filo di voce, provando un’immensa vergogna, riuscì a sussurrare:  ” questo è tutto quello che ho” ” E allora si tolga dai piedi!” rispose la cassiera del botteghino. Sembra che la Lalla quella sera tornasse a casa molto tardi. Fu fortunata perchè trovò subito un treno per il ritorno e alla stazione un vicino di casa che le diede un passaggio. Entrò in casa a notte fonda, quando ormai tutti nel quartiere erano profondamente addormentati. Fece piano  per non svegliare Luis. La mattina si alzò alla solita ora perchè le galline e i cani avevano fame.

Conservo una foto di nonna Lalla, una foto in bianco e nero scattata probabilmente negli anni ’40. Nella foto la Lalla indossa un abito a  fiorellini  che le arriva appena sotto il ginocchio e si sporge verso il fotografo atteggiando con grande classe una posa da diva del cinema muto. La sua bocca è impeccabilmente truccata, lo sguardo volitivo. Nella sua bara la Lalla sembrava una bambina piccola. Il volto era liscio e levigato. Come se non avesse mai conosciuto affano, come se non avesse mai serbato alcuna pena nel suo cuore generoso.

Anteprima India 2014. I Festival più belli

 

In India si tengono annualmente alcuni fra i festival più belli al mondo. La feste, oltre che occasioni particolari per fotografi e viaggiatori, sono soprattutto momenti importantissimi per le popolazioni locali. Il festival diventa un momento di socializzazione, un’ occasione per esprimere la propria fede o la propria appartenza ad una certa etnia, un motivo per esporre e vendere la propria merce, spesso il momento in cui le famiglie si ritrovano, si celebrano o si combinano matrimoni. I festival indiani sono senza dubbio un arcobaleno di luci e colori e rappresentano un ottimo motivo per scoprire il volto di un’ India ancora autentica e lontana da uno stereotipo di turismo massificato.

Dal 10 al 18 Gennaio 2014  Festival dei Cammelli a Bikaner

Dal 5 al 17 Febbraio  2014   Festival del Deserto a Jaisalmer

Dal 12 al 25 Marzo    2014    Festival degli Elefanti a Jaipur

Dal 9 al 19 Marzo      2014    Festival dei Sihk Hola Mohalla

Dal 6 al 16 Aprile      2014    Festival Baisahki

Programmi e quote a pervenire

Il campo profughi. Osservatorio privato

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Un ventina d’anni fa feci un viaggio in Medio Oriente per conto mio. Volevo vedere altro che non fossero i soliti panorami e i siti storici che già conoscevo a memoria. Conobbi per caso un medico che prestava il suo lavoro in un campo profughi e decisi di segurilo. Trascorsi una notte intera con alcuni dei bambini che popolavano a centinaia il campo affollato. Erano piccoli e festosi, pieni di fantasia e di suggerimenti su cosa fare insieme.  Il fatto che io parlassi abbastanza bene la loro lingua li rassicurava. Anche il mio abbigliamento che non ha nulla di elegante e formale era loro di conforto. “E se andassimo fuori dal campo a mangiare kebab in un ristorante?” proposi.Finimmo per mangiare pane arabo, spiedini di carne di agnello e grosse arance in un localino squallido poco fuori del campo. Un bimbo di cinque o sei anni mi appoggiò la testa sulla spalla e, fingendo di addormentarsi, strinse il suo corpicino contro il mio. Tutti assieme ridemmo e ci abbracciammo allegramente.. Mi ritrovavo in grembo le loro manine sporche e sentivo le loro braccia che a turno mi circondavano la vita. Era il linguaggio che avevamo in comune e non ce ne servivano altri. Quando finalmente si sentirono stanchi mi chiesero di accompagnarli a casa. Ritrovammo la baracca dove erano ospitati. Entrai con loro, mi sdraiai vicino a loro stringendoli a me. Avvolto nel loro alito caldo accarezzavo loro la fronte, prendevo tra le mie le piccole mani e permettevo ai loro corpicini di rannicchiarsi contro  il mio. Riscoprii con loro la ragione di questo viaggio. Ritrovai me stesso.

Un ragazzo viene portato all’ospedale del campo. E’ giovane, sui vent’anni. Soffre di dolori al ventre. E’ appena arrivato. Le sue dita esplorano le pieghe della mia camicia, sfiorano la mia barba incolta. Tocca l’anello che ho all’anulare, alzando gli occhi su di me. Gli spiego che non posso darglielo, che per me quell’anello rappresenta molto, che se lo desidera posso dargli qualcos’altro. Gli prendo la mano e lui intreccia per un attimo la dita alle mie. A mia volta gli tocco la collana che porta al collo. Allora lui se la sfila e me la porge con uno di quei sorrisi che straziano il cuore.

Una volta, alle soglie del deserto del Wadi Rum un bambino mi prese per mano. Era un folletto dai capelli incolti e impolverati, intrecciati attorno alla nuca. Mi trascinò con sè. ” Vieni” mi disse ” voglio farti vedere tutto quello che c’è di bello qui. La mia casa, la mia famiglia, i miei animali, i fiori del deserto che sbocciano.” Viveva in una tenda. Entrai attraverso una stretta apertura. Dentro era molto buio, tanto che non ce la facevo a distinguere i volti delle persone. Ma le loro parole, il tocco delle mani e i respiri si fusero con il mio e fecero in modo  che io mi sentissi avvolto da un calore infinito. Sono uscito da quella tenda ed è stato come se vedessi il mondo per la prima volta.

C’è un ragazzo nello sterminato campo profughi. Ha in testa il mio cappello e mi porta la borsa. Si aggrappa alla mia mano, orgoglioso di questa posizione che per qualche ignota ragione considera un privilegio. A un tratto cede la borsa e il cappello ad un altro ragazzo, si avvicina ad un bimbetto che piange, lo prende in braccio e lo consola. Il suo sorriso e le premure che ha per l’altro, anche in quel momento così speciale per lui, il suo senso di responsabilità, sono più forti dell’attimo di gloria.

Una volta arrivammo ad un campo che era già molto tardi e calava la sera. Vedevo gente che si era costruita rifugi con il cartone, con gli avanzi degli abiti. Mi dicevano che i cammelli e le pecore che queste persone possedevano erano stati uccisi e mangiati dalle truppe di passaggio. Camminavo in mezzo alle baracche quando un uomo anziano e pressocchè nudo incominciò a seguirmi. ” Non c’è niente da mangiare qui. Perchè è venuto senza portare i viveri?” Gli spiegai che  mi avevano detto che le razioni destinate a quel campo erano così ridotte da essere appena sufficienti per i bambini. ” Ma anch’io ho fame” rispose ” sto male dalla fame.” Avrei voluto dirgli qualcosa per consolarlo, ma non sono riuscito a dire niente. Una donna mi aveva alzato il suo bambino per mostrarmelo. ” Un tempo vivevo come una regina. Avevo un marito e dei figli. Persino un orto e degli animali. Non ci mancava mai da mangiare. Poi mi hanno portato qui dentro e mi è rimasto solo questo bambino, l’unico ancora vivo. Guardi i suoi capelli, li ha persi quasi tutti. Guardi gli occhi, non vedono più. La prego, lo dica al suo paese, la prego, faccia qualcosa!” Uscendo dalla casa che ci ospitava passavamo davanti ad una donna molto vecchia, seduta sul marciapiede. Se ne stava lì tutto il giorno, tenendo in grembo un mucchietto di noci. Una volta mi sedetti accanto a lei e rimasi ad osservarla mentre si privava di una parte della sua razione per darla ad un bambino molto piccolo. La donna alzò gli occhi su di me e mi mise in bocca una noce sgusciata. Più tardi venni a sapere che spesso gli osservatori stranieri arrivavano, si guardavano attorno con grande scrupolo, esprimevano solidarietà, erano molto gentili con la gente del posto, ma una volta tornati nel loro paese non si facevano più vivi. Mentre stavamo per andarcene la vecchia si precipitò verso di noi e ci disse con grande dignità: ” Io non so cos’hanno le persone del suo paese e quindi è probabile che loro non sappiano cos’ho io. Dica loro che non possego altro che questo scialle. Forse mi aiuteranno. In caso contrario finirò per morire. Devono saperlo!”

Un giorno una ragazza di quattrordici anni partorì sotto un cespuglio mentre la madre le correva attorno, gridando disperata. Gridava per sua figlia in mezzo al deserto. Il tormento della ragazza era diventato il suo. Quando il bambino nacque, dopo ventiquattro drammatiche ore durante le quali la ragazza era stata vicina a morire, la vecchia continuò ad urlare. Io non l’ho udita, ma quelli che li hanno trovati -tre corpi stetti uno accanto all’altro in quella terra di nessuno – mi hanno parlato di quel suo urlo incessante, che sgorgava dal fondo del suo corpo e sembrava ormai diventato parte di lei. Tutti e tre vennero portati al campo profughi e fu là che io li vidi. La ragazza giaceva accanto a suo figlio nella sabbia, nell’area che fungeva da ospedale. Le era stata data una coperta per proteggere se stessa e il suo bambino, le lacerazioni ricucite. Tre generazioni sulla sabbia, tre persone che in poco tempo furono spostate altrove per fare posto a chi aveva più bisogno di loro.

 Una volta un ragazzino palestinese mi disse: ” A volte ho voglia di piangere, ma solo quando piove, così gli altri non se ne accorgono. Peccato che qui piova così poco. Ho gli occhi così secchi!

Se mi si potesse aprire il cuore vi si troverebbe il dolcissimo ricordo di quelle persone che non mi sono più estranee. Un ragazzo mi ha scoperto nelle baracche del campo profughi ed io ho scoperto lui. Quel ragazzo mi ha mostrato com’era la sua via.

Ho sentito dire più di una volta da molte parti che l’Islam presto invaderà l’occidente e che sta già minando le nostre radici. Sarà anche vero che esiste il terrorismo, ma l’Islam col quale io sono sempre venuto a contatto è quello che ho descritto. Date loro giustizia e allora ci sarà la pace. Ho cercato di comprendere le ragioni di tutti. Ho cercato di comprendere la guerra. Anche se nella mia vita ho duvuto affrontare tanti probemi e il mondo che ho visto non è certo il migliore dei mondi possibili, ho sempre sentito che il nostro ruolo è quello di provare a cambiare quello non funziona. Sono passati anni dalla mia prima volta in Medio Oriente, ma ho ancora voglia di partecipare, di lavorare e di dare tanto amore. Ho voglia di stare con i miei amici e con tante altre persone meravigliose che mi hanno dato moltissimo. M’ interessa che questa storia arrivi a  tanta gente. Perchè ne resti una traccia e perchè non si faccia di tutta un’erba un fascio con pericolose generalizzazioni. So che non potrò mai essere felice finchè non lo saranno gli altri attorno a me, ma so anche che ho in mio potere molto poco affinchè la felicità degli altri si realizzi. So bene di essere piccolo piccolo. So bene che la guerra continuerà e che molte altre persone moriranno e che non ci sarà mai una giustizia assoluta e vera, ma so anche che questa è per me la strada giusta, l’unica possibile. Le promesse non sono mai servite a salvare un essere unamo dal baratro della morte e della disperazione, ma forse l’intervento di qualcuno, anche se piccolo, potrebbe alleviare quella disperazione. La sofferenza non restituisce alcunchè alle sue vittime: solo chi è testimone può restituire i diritti perduti a coloro che soffrono. Per questo mi piace pensare che la lotta che conduco mi porti da qualche parte. Al di là della pietà, al di là della nostalgia e dell’amor proprio. In nome della giustizia.

 E’sbagliato chiederci se siamo colpevoli di questa situazione. Anche i testimoni silenziosi sono spesso colpevoli quanto i canefici. Il senso di colpa, tuttavia, serve solo a parlizzare le emozioni e a frenare ogni impegno di trasformazione. E’ giusto chiederci invece che cosa sia possibile fare quando ci si trova davanti alla sofferenza.

Lev Tolstoj ha scritto: ” Salgo in groppa a un uomo e lo costringo a portarmi, quasi strozzandolo, ma al tempo stesso faccio di tutto per assicurare a me stesso e agli altri che mi dispiace per lui e che sono pronto a tutto pur di alleviare il suo carico, tranne smontargli di dosso.”

Sri Lanka. Il Paradiso degli dei. Proposta individuale

Serendib, Ceylon, Lacrima dell’India, Isola Risplendente, Isola del Dharma, Perla d’Oriente… Sri Lanka è un ‘isola la la cui ricchezza, bellezza e intensità ha affascinato moltissimi viaggiatori che tornano a casa portando con sé incantevoli immagini di una languida isola tropicale densa di tanta spiritualità e serenità da essere diventata, nella fantasia degli occidentali, la Tahiti d’Oriente.Il viaggio prevede i siti archeologici classici alla scoperta delle grandi civiltà del passato dell’isola: Dambulla, Sigirya,Pollanaruwa, la mignfica cità di Kandy con il suo prezioso tempio della reliquia di Buddha con gran finale presso le più belle spiagge dell’isola. Mezza pensione. Hotel 3 o s telle a scelta. Guida locale in italiano.

Offerta promozionale fino a Ottobre 2013

 

Programma e quote

L’India dei Maharaja. Dal 23 Novembre al 3 Dicembre 2013

Un viaggio che tocca le città più importanti del Rajasthan con safari fotografico nel Parco Nazionale di Ranthambhore. Il percorso ideale per chi si avvicina all’India per la prima volta. Hotel 4 stelle ed heritage ( palazzi d’epoca), mezza pensione, guide in italiano ed accompagnatore indologo dall’Italia, Giancarlo Pagliero. Un viaggio breve ma assolutamente esaustivo.

 

Progrmma e quote

Le cartoline. Osservatorio privato

5056129123_f6451ae5c4_zC’è stato un periodo della mia vita, da ragazzino, in cui collezionavo cartoline. Mi sarebbe tanto piaciuto viaggiare, ma non potendomelo permettere lo facevo con la fantasia. Le cartoline assolvevano egregiamente  allo scopo.  Essendo gli amici che frequentavo per la maggior parte spiantati come me, va da sé che di cartoline ne ricevevo pochissime. Fui costretto quindi ad organizzarmi in un altro modo. Mio padre, che faceva il meccanico, aveva fra i suoi clienti alcune persone facoltose, prima fra tutte la contessa Tumistufi, come la chiamavo io, che  aveva una vita sociale molto intensa, un discreto numero di amici giramondo, odiava le cartoline pur ricevendone tantissime e fu pertanto ben lieta di potersene disfare regalandole al sottoscritto. Per tanti anni ho conservato le cartoline che lei mi regalava  in una scatola  che si trova ancora oggi nel salotto di mia madre, insieme ad alcune fotografie antiche. Ogni tanto le guardavo quando andavo da lei, già adulto. La maggior parte dei posti ritratti da quelle cartoline li avevo ormai conosciuti di persona, per cui non c’era motivo che perdessi tempo con quelle cose. E tuttavia le guardavo ogni tanto. Le guardavo per tenere sempre a mente quanto potesse essere laida, cattiva e stupida una certa borghesia. Ricordo una cartolina in particolare, un paesaggio del Marocco, un posto verdissimo, a dispetto di tutto quello che potevo sapere su quel paese, scritta con una calligrafia enorme, propria di coloro che si muovono per il mondo come se il mondo appartenesse loro,una calligrafia fastidiosa, senza incertezze, priva di qualunque esitazione, scritta dalla mano di chi sa con coscienza assoluta che il suo posto è stato deciso nei secoli dei secoli, e che quello è un posto di riguardo, al di sopra di ogni cultura ( la cultura e l’intelligenza non hanno potere alcuno di fronte alla furberia e alla volgarità conferita dal denaro e dal suo abuso ), al di là di ogni merito, oltre ogni immaginazione. Perché la cartolina conteneva una serie di frasi stupidissime in rima baciata, una poesiola banale e sciocca,  degna della cretineria di quell’isola di nani, che  però mi rimase impressa per sempre. E  mi ci vollero settimane per capirne, da ragazzino, il senso, per capire di che cosa si trattasse, per capire che i signori erano nient’altro che golfisti oziosi che rincorrevano il sole per i quattro angoli del globo, carichi dei vizi e dei tic tipici della loro classe ( una classe di nani sgraziati e deformi ). E tolti dalla loro isola di cartone i re non sarebbero stati  né tanto alti  né tanto biondi né tanto belli ( il riattratto ad olio della contessa Tumistufi nel salone della villa dove una volta fui invitato, chissà perchè, al compelanno della figlia -lui è il figlio del nostro meccanico-, il suo abito d’organza leggera come un soffio di vento, la sua chioma lucida e sfolgorante, le sue mani bianchissime da nullafacente, un frustino appoggiato in grembo, lo sguardo fiero e un setter mollemente accucciato ai suoi piedi ),né avrebbero avuto il minimo valore le sentenze estetiche e morali,  nè avrebbe avuto alcun valore quel mondo piccolo e ristretto nel quale, per errore, mi ero imbattuto e che pur mi schiacciava come un macigno, né le loro case sarebbero state tanto grandi e luminose, né i loro abiti così  costosi e di classe, se non si fosse dato il caso che loro erano i vincitori e noi i vinti, in un circolo disperato e senza fine, in una catena antica quanto il tempo che mi  angosciava e mi toglieva il fiato. E proprio quando pensavo ancora che quello dovesse per forza essere l’ordine precostituito delle cose, quando ancora mi dibattevo per sfuggire all’olimpica luce di quella classe senza cuore né coscienza ( una classe fatta di signori in doppiopetto grigio e maglioni di chachemere, uomini che dissertavano sulle cose del mondo come se il mondo fosse stato appena creato da loro, una classe fatta di donnette altere e senza storia che si dilettavano di poesia, pittura e narrativa, con quelle pose sofferte e assultamente false come i loro sorrisi e i loro seni procaci , donne mai state donne, convinte chissà come del loro intrinseco valore, supportate da un circolo di amiche altrettanto mefitiche e perverse, così banali, in fondo, come la loro stessa vita, donnette che firmavano petizioni e appelli per i miserrimi del mondo, ma che si sarebbero ben guardate dal pensare al bene di chi  stava ad un passo da loro, così stupide, in fondo, nella loro cretineria gratuita che non potevo nemmeno odiarle tanto erano piccole e meschine ), quando ancora pensavo a tutto questo, a come sfuggire all’ingiustizia e a tutto quel potere, a tutto quel gioco di denaro che ci schiacciava tutti,  ecco che arrivasti tu. Sì, allora arrivati. Perché tu venivi da lontano, tu non appartenevi a quell’isola di nani e nemeno alla razza proterva dei servi, tu  non volesti inchinarti mai davanti a quella combriccola di cartapesta. Tu guardavi dritto con i tuoi occhi chiari negli  occhi della gente di quella risma e te la ridevi. Ridevi nemmeno con scherno, ridevi, credo, quasi con pena,  Tu non facevi parte della razza degli eletti, tu eri  forte e solidale con tutti. E fu a partire da quel momento che capii che il  mondo è sì per certi versi ingiusto, immutabile e triste, ma che solo la solidarietà e l’amore sono più forti di tutto il resto, più forti di tutto il male, più forti dei fantasmi del passato, più forti di tanti e tanti anni passati a combattere contro la tristezza e la paura, tanti e tanti anni trascosi a combattere contro i mulini  a vento.Più forte di tutto il resto, l’amore. La coscienza politica a me è arrivata attraverso l’amore. Grazie. Anche per questo.

India, Rajasthan.Dal 4 al 16 Agosto 2013

 

 Il Rajasthan, un percorso classico per chi si avvicina all’India per la prima volta.13 giorni, Il percoso che tocca le città più importanti e significative, comprese Bikaner e Jaisalmer nel deserto del Thar. Un itinerario completo ed esaustivo con sistemazioni in hotel Heritage ( palazzi d’epoca ). Guide in italiano. Viaggio condotto da Giancarlo Pagliero.

 

Programma e quote

Macondo

Cosa faremo quando la bellezza non potrà più sostenere il dolore?

Poesia in Rete

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