Archive | 30 giugno 2013

L’ oceano. Osservatorio privato

pioggia_al_suolo
Il lento scorrere del tempo attraverso i miei capelli, penso. Il lento trascorre del tempo attraverso i  miei capelli. Un tempo di un castano lucido, mille anni fa, durante la mia infanzia e la mia adolescenza, ora, man  mano che avanzano i giorni, sempre meno scuri, con qualche filo grigio qua e là, in fondo un regalo inaspettato della vita, della sorte e degli anni. Il lento scorrere del tempo, penso. E sorrido da solo, su questa spiaggia quasi deserta, appena poco dopo l’alba . Stamattina mi sono alzato prestissimo  e ho guidato fino a questo posto nei pressi del faro di Jesolo. Ho cercato un luogo isolato e sicuro- fuori i miei fantasmi, fuori la vita, fuori i brutti pensieri- ho steso l’asciugamano sulla sabbia ancora fresca della notte appena passata e ho deciso che avrei trascorso così il resto della giornata, senza fare assolutamente nulla di nulla, sdraiato sulla sabbia. In lontananza vedo qualche cane che corre libero e felice, pochissime persone che passeggiano come se non avessero una meta precisa e una vecchia che avanza sola sul bagnasciuga. Ancora lontani i turisti, lontane le mamme bercianti e chiocce con i loro bambini queruli e capricciosi, lontani i padri della domenica, quelli che si prendono cura dei figli nel fine settimana, i buoni a nulla, quelli col Suv parcheggiato poco distante, la crema solare, il costume da adolescente per finta, un occhio  al figlio in acqua e l’altro al sedere  della ragazzotta sdraiata sull’asciugamano proprio vicino al suo. Mi piace questo posto. Mi piace da sempre. Se apro gli occhi per un istante posso immaginare i campanili di Venezia. Anche quando li chiudo so che Venezia c’è, che è là in fondo. Per sempre e da sempre. E non m’importa un fico in mattinate come questa che il mio mare sia poco più di una pozza d’acqua dal fondale molto basso, verde e quasi melmoso; per me questo è l’ oceano. Ci sto bene io in questo posto. E nonostante la città abbia subito negli anni molti cambiamenti, nonostante abbiano costruito nuove piazze con giochi di fontane e di luci e un sacco di nuovi edifici moderni e vistosi, questo resta sempre, in fondo, un posto popolare, un posto a buon mercato, un luogo dove mi muovo a mio agio,  lontana questa cittadina  (nonostante l’impegno degli amministratori e dei politici a farne un gioiellino per lussi e confort  preconfezionati per stranieri e ricchi locali) dalle località rutilanti e alla moda, un posto persino un po’ volgare in fondo, un luogo votato ad un tipo di turismo tutto sommato povero e poco esigente, il turismo di una volta, quello della mia infanzia perduta e lontana. E stasera, se mi andrà, mi spingerò fino da Bruno a mangiare carne alla brace e dopo passeggeremo sul lungomare. Faremo chilometri a piedi, senza dire una parola, come un tempo, come  i primi tempi quando ci siamo conosciuti, ricordi? Come ai vecchi tempi, solo toccandoci ogni tanto le mani. E me ne sto  sdraiato qui, dunque, e mi addormento. E devo davvero aver dormito a lungo perché ad un tratto sento il bagnino che ti parla “ Non gli farà male prendere tutto questo sole? E tu ti   volti. lo guardi e dici “ Non gli importa nulla dell’abbronzatura, lo fa per scaldarsi le ossa lui…con tutto il freddo che ha preso.” “ Come con tutto il freddo che ha preso? Da dove viene?” Tu fai un cenno con la mano “ lasci perdere, lei non potrebbe capire, è una lunga storia.” Il bagnino se ne va, scuotendo la testa. Devo davvero aver dormito molto perché nemmeno mi sono accorto che non siamo più soli nel nostro angolo di spiaggia. Attorno a noi si sono sistemati alcuni giovani, quei giovani dall’aria perfetta che tanto detesto, quelli tutti occhiali da sole, capelli lisciati dal gel e costume da bagno alla moda. Quei giovani nati bene, quelli che non sembrano aver compreso ancora nulla della vita e si muovono per il mondo come se il mondo appartenesse loro. Quei giovani dai nomi moderni e scontati: Nicolò, Kevin, Mattia, i ragazzi; Giada Vanessa,  Samantha, le ragazze. Questi ragazzotti omologati e tutti uguali, irritanti nella loro perfezione fisica, quelli che esibiscono la loro gioventù come una professione e la loro bellezza ( la bellezza ovvia e scontata dei vent’anni) come una bandiera. I maschi con quella cresta appuntita di capelli, il costume da bagno appena oltre il ginocchio, l’elastico delle mutande rigorosamente in vista, l’iphone stretto in mano, i sandali infradito ai piedi, le femmine con quell’arietta da brave ragazze, il bikini bianco o nero un poco ( volutamente) castigato, le paperine ai piedi. E invece di irritarmi a morte, come sempre mi accade in questi casi, oggi questa gioventù da calendario mi fa quasi pena, impegnata com’è a recitare una parte vecchia come il mondo: Vanessa, Samantha e Giada che entrano in acqua con cautela, rabbrividendo dal freddo, emettendo una serie di gridolini scemi, tenendosi le mani strette al seno, mentre Nicolò, Kevin e Mattia si tuffano di testa, proseguendo nell’acqua con un crawl impaccabile, voltandosi appena per vedere se alle tre galline sia venuta la voglia di seguirli. “ Io Tarzan, tu Jane” penso cinico. E persino i loro discorsi si discostano poco da quelli che ascoltavo trent’anni fa su questa spiaggia ( la gioventù nata bene non cambia né si trasforma nel tempo ): “ Vorrei conoscerti meglio” “Tu hai toccato il mio cuore”. E se appena appena Kevin avesse un minimo di coraggio e di onestà, anziché questa marea di stupidaggini sublimi, anziché quest’enormità di bugie e d’idiozie senza senso, potrebbe dire a Vanessa quello che vuole veramente da lei, risparmiando così a se stesso e alla ragazza una serie infinita di trucchi, di menzogne e di dolore.  Così diversa da come eravamo allora (  e in fondo così ipocrita ) questa gioventù dorata. Così diversi da noi, semplici,  spensierati e pur malinconici, con la Tshit Fruit of the Loom comprata per due lire al mercato e  le braghette corte. Così diversi loro dai nostri vent’anni. Sorrido e mi riparo dal sole con una mano: “ Anche tu giocavi a Io Tarzan, tu Jane?” ti chiedo con ironia. Tu mi guardi:  “ Io a vent’anni anni non sapevo nuotare, Gian!” Ti  tocco una guancia e mi avvio verso il mare. E non m’importa nulla che questo sia soltanto l’Adriatico , che questo mare non sia altro che una distesa d’acqua verde e poco profonda. Per me questo è l’oceano.


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