Archive | luglio 2013

La guerra è finita

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Oggi sono andato a trovare mio padre al cimitero. Ci vado quando torno nella città dove ho vissuto per tanti anni. Ci vado da solo o con mia madre o con mia sorella,  secondo il momento, dipende da come mi sento. Con mia madre è più doloroso, più drammatico, più struggente. Lei che arranca ansimando,  il fiato corto, gli occhi lucidi. Con mia sorella è più leggero e lieve. Di solito, quando ci andiamo insieme, facciamo come le protagoniste del film di Almodovar, “Volver”, quando, nella scena iniziale, si vedono tutte quelle donne che puliscono le tombe parlottando fra loro. Ecco, mia sorella ed io facciamo così. Puliamo la tomba di papà con energia e sacrosanto vigore, mentre ci raccontiamo i fatti nostri, con mio padre che ci guarda muto dalla foto  della sua lapide. Non parliamo propriamente con lui, ma, in un certo senso, è come se lui ci fosse. Come quando ci davamo appuntamento attorno al suo letto per lavarlo e pulirlo negli ultimi tempi della sua malattia. Anche se non ci riconosceva più lui c’era. Ogni tanto vengono anche Elisabetta e Margherita. Loro si portano appresso dei piccoli  disegni da casa  che fanno apposta per lui. Di solito degli alberi o degli animali, ma soprattutto alberi. Hanno una vera passione per gli alberi le bimbe. Li appendono con lo scotch alla lapide, tutti intorno alla fotografia del loro nonno, così che, se butto un occhio alla tomba mentre stiamo per andarcene, vedo mio padre immerso in una foresta, proprio a suo agio, mi pare, così verde  e colorato, fra le scimmie, gli elefanti e gli orsi polari. Oggi ci sono andato da solo, invece. Ci vado da solo quando voglio riflettere un po’. Non so nemmeno io su cosa rifletto quando sono al cimitero. Mi fermo da mio padre e lo saluto. A volte gli racconto, nella mia testa, gli ultimi episodi della mia vita, della vita che accade intorno a me e a casa. Lo aggiorno, come dire. Lo tengo al corrente delle cose. E’ la mia maniera, piccola e povera, di sconfiggere la morte. Non mi aspetto risposte, però mi fa star meglio tenerlo al corrente di quello che ci accade. In realtà non ho bisogno di andare al cimitero per farlo, ma è come se lì, davanti a quella lapide, lui potesse  davvero ascoltare qualcosa più da vicino. Lui è sepolto in un grande camposanto alle porte della città e per arrivarci bisogna fare molta strada, attraversare molto spazio pieno di altre tombe, uno spazio strapieno di morti. Alle volte penso a come sarebbe quello spazio se si potesse vedere attraverso la serie infinita di loculi, se si potesse vedere da dentro. Non so perché mi venga questa idea. Sarebbe una montagna di cadaveri, una montagna intera di corpi, defunti e immobili. Non mi hanno mai fatto paura i morti. Perché mai dovrebbero? Questa terra dei morti, quando ci penso, mi mette quasi pace, al contrario. Mi fa sentire un poco più vivo. Appezzo di più il fatto di essere in mezzo a loro,  col mio corpo e il sangue che scorre caldo nelle mie vene, le gambe che si piegano al passo, i polmoni che succhiamo l’aria, il cuore che batte solido sotto lo sterno. Ci sono un sacco di cose strane in un cimitero. Un sacco di cose che non avevo mai notato prima, nonostante io frequenti questo posto da tanti anni. Capita, a volte, di passare in un certo luogo per centinaia di volte e di perdersi tutte le volte i particolari. Diamo molto per scontato. Guardiamo, ma  riusciamo a vedere con  estrema difficoltà. Stamattina, ad esempio, passando nello spazio infinito pieno di morti, ho notato che molte tombe non solo hanno una lapide e una foto, ma perfino una statua, qualche scultura. Sono soprattutto quelle più vecchie, quelle  erose dal tempo, quelle che non hanno fiori perché chi dovrebbe portarli di sicuro fa già parte di quello spazio immobile e fisso e quindi se ne stanno lì, le tombe, come pezzi di pietra dimenticate, coperte di muschio, di umidità o di polvere, a seconda della stagione, scordate da tutti, certo, ma sempre solide ed erette nei secoli dei secoli, a ricordo imperituro di chi là sotto ci è stato sepolto. E chissà che vite, chissà che storie. Ne ho viste due, nello spazio infinito dei morti algidi e soli del cimitero appena fuori città, che mi sono piaciute tantissimo, oggi. Una era una statua di gesso mal messa, ma ancora molto bella. Era la statua di una donna, una popolana dalla gonna lunga fino ai piedi e un fazzoletto sul capo, le braccia appena aperte lungo il corpo sottile, lo sguardo fisso su di un punto lontano. Dietro la sua gonna comparivano i volti e i corpicini seminascosti di tre bambini piccoli. I loro volti erano sereni, le bocche sorridenti, gli occhi vispi ed allegri. La bellezza della statua stava nello sguardo e nel gesto della donna, che sembrava proteggere i piccoli da un male ignoto e pur incombente. Il gesto protettivo da animale, lo sguardo indomito e fiero. Forse era una madre. Mi sono avvicinato ad un ‘altra statua, più vecchia e più malandata della prima,  ancora più bella, ritta fra lo spazio di decine di lapide traballanti e vecchissime: un soldato, con tanto di elmetto sul capo, guardava davanti a sé, le palme delle due mani ben aperte, le braccia discoste dal corpo, quasi in un gesto di offerta, leggermente proteso il busto in avanti, gli occhi che sembravano parlare. E, sopra ogni cosa, il sorriso magico delle sue labbra, il sorriso come di chi ha capito qualcosa. Un fucile scolpito nella pietra giaceva finalmente ai suoi piedi, inoffensivo e inerme. “ La guerra è finita. E’ finita per sempre. Ora c’è pace” si leggeva a stento sulla lapide grigia. Me ne sono tornato a casa con quella frase che mi girava in testa “ la guerra è finita per sempre. La guerra è finita. Ora c’è la pace”. Bell’idea, mi pare.

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L’India dei Maharaja. Dal 23 Novembre al 3 Dicembre 2013

Un viaggio che tocca le città più importanti del Rajasthan con safari fotografico nel Parco Nazionale di Ranthambhore. Il percorso ideale per chi si avvicina all’India per la prima volta. Hotel 4 stelle ed heritage ( palazzi d’epoca), mezza pensione, guide in italiano ed accompagnatore indologo dall’Italia, Giancarlo Pagliero. Un viaggio breve ma assolutamente esaustivo. Tour condotto da Giancarlo Pagliero.

Programma e prezzi

Gli spaghetti del Pirata

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Nella mia città di origine, tanti anni fa, c’era un posto nel centro storico dove si mangiavano gli spaghetti migliori del mondo. Non era un ristorante, non era neanche un ‘osteria o una taverna. La denominazione esatta era: “circolo ricreativo “. In realtà Spaghetti Jazz era un posto speciale. Poco più di un buco costituito da due stanzoni  con annesa cucina,  Spaghetti Jazz era gestito dal partigiamo Vanni, detto il Pirata e da sua figlia Emma. Il Pirata era un signore sui settant’anni, dalla folta criniera bianca, un uomo che sapeva raccontare storie come nessun altro al mondo, che ci incantava con i suoi interessantissimi  racconti sulla guerra e sul passato. Aveva lavorato nella  fabbrica più famosa delle città tutta la vita e quando  si ritirò per soppraggiunti termini  d’ età,  rimasto vedovo, prese in gestione il circolo Arci del centro storico, in Via XX Settembre, insieme alla figlia Emma, una quarantenne dalla chioma fulva, dalle labbra rosse come il fuoco e dallo sguardo volitivo e tenace.  Spaghetti Jazz era il nostro appuntamento fisso. Ci si andava tutte le sere, dopo il lavoro, lo studio e  le lezioni all’università. Si arriva dal Pirata verso le otto di sera,  giusto in tempo per gustare il piatto che gli riusciva meglio: gli spaghetti al sugo di acciughe. Costava 1000 lire quel piatto enorme di spaghetti che traboccavano da tutte le parti, vino, birra o acqua compresi.  Chi non poteva permetterselo mangiava gratis, questa era la regola della casa.  E non ricordo che nessuno fra tutti quelli che frequentavano  il circolo avesse mai barato.  C’era come un codice non scritto. Ci si aiutava fra di noi. Chi non aveva soldi veniva dispensato dal pagarsi il pasto. Funzionava così  nella nostra piccola comunità. A volte era lo stesso Pirata ad offire i suoi semplici piatti a chi non poteva pagare. La sera tardi  il circolo, come lo chiamavamo noi, si riempiva di gente. Il posto era fumoso, malasano e umido, sia d’estate che d’inverno, ma per noi era un luogo unico e indispensabile. Da Spaghetti Jazz passavano tutti, o almeno tutti quelli che erano accumunati dagli stessi ideali. I nostri anni delle  magnifiche utopie. I  nostri anni del castigo. Ci venivano gli attori del Magopovero, una compagnia teatrale   nata  nel 1971 che proponeva un linguaggio diverso e innovativo.  Ci venivano cantanti, musicisti e pittori, alcuni di essi  pure famosi, ci andavano gli  attivisti e  i simpatizanti. E poi tanti studenti come noi. Semplici, con la testa sempre fra le nuvole ed un  fardello pesantissimo di sogni. Al circolo nascevano idee, dibattiti, confronti, amori. C’era un ciclostile vecchio come il mondo in uno spazio angusto fra la cucina e il bagno che a turno usavamo per stampare i volantini che avremmo distribuito la mattina successiva davanti alle fabbriche, alla stazione dei treni o davanti alle scuole. Ci si trovava verso le otto del mattino davanti al liceo nel quale ci eravamo diplomati solo qualche anno prima, le nostre mani ancora sporche dell’inchiostro indelebile del vecchio ciclostile malato,  fra il disappunto e la commiserazione di alcuni dei nostri vecchi professori, cariatidi inamovibili  nel tempo e nello spazio, quei vecchi insegnanti che sembravano non comprendere la nostra voglia di libertà e l’avanzare imperioso della nostra gioventù, dinosauri precocemente invecchiati  che sorridevano, forse profeticamente,  delle nostre vite e delle nostre battaglie, presi, loro, da una serie infinita di sciocchezze sublimi  che nella loro testa avrebbero dovuto reggere per sempre  le sorti del mondo e dell’universo intero, di cui noi non sapevamo più che cosa farcene-spero, promitto, iuro che reggono  sempre l’infinito futuro, Tityre tu patulae, la metatesi quantitativa e della sinizesi della declinazione attica,  fra due punti passa una ed una sola retta-. Tutti loro, tranne il nostro insegnante di lettere ( quanto ti ho voluto bene Piergiorgio Follis!), un ragazzo allampanato sui trent’anni, tutto ossa e spigoli com’ero io allora, dalla  cui bocca le parole sembravano uscire come frutti maturi al punto giusto. Odiatissimo dai compagni di scuola nati bene  e dalle loro famiglie, coloro che speravano di farla franca grazie al padre avvocato, commercialista o ingegnere ( la posizione sociale era importantissima in quegli anni nella  nostra isola di nani,  anche se, tolti dalle loro piccole e  risibili realtà, neppure coloro che credevano di far parte per diritto divino alla schiera degli eletti  sarebbero sembrati così ricchi e invincibili e potenti; tutto in fondo era rapportato ad una realtà di provincia, asfittica e bigotta  che m’inchiodava al muro ogni giorno soffocando la mia sete di libertà), il nostro amato era un uomo giovane che ci educò al rispetto, alla condivisione e alla solidarità e che ci salutava con calore ogni qual volta  ci vedeva volantinare davanti al portone della nostra scuola angusta e severa, con la quale  lui sembrava avere pochissimo a che fare.

Verso gli inizi degli anni ’90  il vento cambiò rapidamente. Il Pirata stava invecchiando, Emma non se la sentì di portare avanti da sola la gestione del locale, l’Arci stava diventamdo  alquanto impopolare, le spese erano tante, così che il locale venne venduto ad un tizio che ne fece una specie di ristorante esclusivo. Andammo una volta a vedere  e ne rimanemmo così turbati da non poterci nemmeno più passasre in via XX Settembre, orfani per sempre del Pirata e dei suoi spaghetti al sugo di acciughe. In seguito da ristorante il posto si tramutò in un pub irlandese,  un locale brulicante di adolescenti brufolosi e ragazzine scialbe, con in mezzo qualche cinquantenne patetico e arrapato, assetato di gioventù.  Non passo da quelle parti da molto tempo e anche quando torno nella mia vecchia città evito di passarci . Fa sempre male il ricordo della morte provocata e dolorosa di un sogno. So che il locale è stato chiuso qualche anno fa, che il Pirata se n’è andato da preccchio tempo e che Emma è un’ anziana signora che vive in campagna con una sacco di cani. Dico sempre di non avere rimpianti, che non vorrei tornare indietro di un solo minuto, che i migliori anni della mia vita sono qui e adesso. E tuttavia, ogni tanto, penso con nostalgia struggente al nostro locale fumoso e a quegli anni. Quando, come in un miracolo, qualsiasi cosa sembrava possibile.

Israele. Dal 20 al 27 Ottobre 2013

Un viaggio storico e archeologico di grande valore che tocca i luoghi sacri alle tre religioni monoteiste e comprende le visite dei siti archeologici più importanti e significativi del Paese. Un percorso studiato nel dettaglio per soddisfare chi ha sete di cultura e di confronto. Un Paese con una storia tormemtata, pieno del fascino steuggente del passato eppur proiettato verso un’indiscussa modernità. Voli diretto El Al da Miliano Malpensa ( o Roma Fiumicino su richiesta ), hotel 4 stelle, mezza pensione., guida storica parlante italiano e acompagnatore orientalista dall’italia per tutta la durata del tour. Minimo 8 persone.

Programma e quote

In viaggio con…..Maria Vittoria Lollobrigida

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Maria Vittoria, noi ci siamo incontrati la prima volta durante uno splendido viaggio in Nepal ed in Buthan. Accadono, a volte, poche volte a dire il vero, quelle che Goethe chiamava le affinità elettive, qualcosa di alquanto raro che accade all’improvviso fra due persone, anche se non si conoscono appieno Con te è successo così. Il mio ricordo di quel viaggio è soprattutto legato alla tua figura che si muoveva cauta, gentile e avida di volti, di paesaggi silenziosi, di gente nuova e di storia antica. Poi ci siamo incontrati in un altro viaggio in India, per certi versi ancora più mistico. E là ci siamo conosciuti meglio. La Maria Vittoria che mi piace pensare è una donna forte, ma sensibilissima, accorta, ma volitiva. Mi sbaglio? Com’è Maria Vittoria davvero?

Anche dalle domande che formuli, Giancarlo, emerge la generosità che ti appartiene e che fa di te una persona “accogliente”, con la quale ci si sente subito “a casa”. Questo rende ancor più preziose, ai miei occhi, quelle affinità elettive che inaspettatamente e in modo assolutamente naturale   abbiamo scoperto di avere.

Credo, però, che stavolta, nel “presentarmi”, la tua generosità sia stata eccessiva.

Mi piacerebbe riconoscere come mie le caratteristiche che mi attribuisci, ma non posso farlo, o almeno non completamente. Di certo sono avida di volti, di paesaggi silenziosi, di gente nuova e di storia, ma quanto al resto… beh, le cose stanno un po’ diversamente.

Certo, non sono debole, nel senso che non scappo né chiudo gli occhi anche dinanzi alle circostanze meno positive, ma forse perché non so farlo (anche quando sarebbe necessario!), e se questo significhi essere forte, non saprei dirlo; certo, non agisco d’impeto, ma forse per le mille paure che mi porto dentro, e se questo significhi essere accorta, non saprei dirlo; certo, tendo a tirare diritto, ad andare fino in fondo e non lasciare le cose a metà, ma forse per caparbietà, e se questo significhi essere volitiva, non saprei dirlo.

Come se non bastasse, nella percezione che ho della mia persona, al primo posto c’è la sensazione di essere fondamentalmente inadeguata, sempre  un po’ fuori tempo, fuori luogo, fuori misura: in una parola, goffa.

Un bel guazzabuglio, vero?

Tutto questo, comunque, non mi blocca e non mi impedisce di rincorrere e amare con immediatezza e naturalezza la bellezza di tutti i colori della vita,   come è accaduto anche durante gli straordinari viaggi che ho fatto negli ultimi mesi insieme a te, prima in Nepal e Bhutan, e poi in India.

Un’altra cosa che mi aveva colpito all’epoca era la figura di tuo figlio Giuliano, volontario a Kathmandu presso una missione umanitaria. L’ho trovato un ragazzo unico, pieno di voglia di vivere e con l’impegno assoluto di arrecare sollievo alle persone meno fortunate, Uno che resta e non scappa, anche davanti alle situazioni critiche. Non ti chiedo di parlarmi di lui, ma mi piacerebbe sapere come hai educato questo figlio all’amore e alla solidarietà. Credo sia importante capire. Se è vero che i figli hanno un’anima propria, dei propri istinti ed una propria volontà è anche vero che molto lo devono all’esempio. Qual è stata la tua parte in tutto questo?

Il “mio” Giuliano ama viaggiare sempre “in direzione ostinata e contraria” (per dirla con De Andrè) e si è ritagliata un’esistenza che, anche negli aspetti minimi, ruota tutta intorno  all’essenzialità. Mi mette in difficoltà cercare di definire quale sia stato il mio ruolo (e dovrei tirare in ballo anche quello del padre) sulle sue scelte, spesso così radicali. Certo, ha sempre “respirato”  parole come   libertà, responsabilità, semplicità, dedizione, gratuità, (e molte altre ancora), ma so che molto della comunicazione madre/figlio avviene inconsapevolmente,  al di sotto, per così dire, di qualsiasi livello di coscienza e  consapevolezza,  e questo mi spaventa: non sono pronta (e forse non lo sarò mai) ad affrontare  la questione.

Ci sono alcune parole di Hermann Hesse che mi sembrano particolarmente adatte a  dar conto della dimensione in cui Giuliano si muove e che, alla fin fine, mi “appartengono” molto:   “Quando qualcuno cerca allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, in sé, perché pensa unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa avere uno scopo. Ma trovare significa esser libero, restare aperto, non aver scopo.”

Bene, mi piacciono molto, ma ogni tanto mi prende il dubbio che in Giuliano il “restare aperto”  e non avere scopi a lungo termine nasca da un disincanto precoce, che anziché affiancare, distrugge ogni progetto o disegno utopico che dir si voglia. E a spaventarmi è l’idea   di poter scoprire di aver io contribuito (per quanto inconsapevolmente)  al formarsi di questo suo modo di essere.

Di una cosa, però, sono certa: ho ricevuto da Giuliano molto più di quanto io gli abbia mai dato.

Tu sei un’insegnante di lettere, proveniente come me da una formazione classica. Noi due condividiamo spesso letture e pensieri, a volte pefino alcuni slanci che assomigliano molto alle utopie di un tempo. Com’è il mondo che vorresti Maria Vittoria, per te e per chi ti sta accanto?

E’ vero, Giancarlo, condividiamo letture e pensieri che assomiglino alle utopie di un tempo. E la mia idea del  mondo io l’ho trovata proprio fra le righe dei libri, in cui   fin da piccola ho “abitato”, imparando ad esplorarli e farli miei. Forse proprio per questo, come dicevo prima, nella vita reale mi sento sempre un po’ fuori posto, fuori tempo e fuori misura.

Per me e per chi mi sta accanto, vorrei un mondo fatto di tutti i colori possibili dell’onestà intellettuale,  della dedizione gratuita (alle persone,  all’ambiente, alle idee e alle parole) e della lentezza.

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Ti ho conosciuto come viaggiatrice attenta, concentrata, sensibile alla gente e alle altre culture. Da te traspare sempre una totale assenza di giudizio. Ci vuoi spigare com’è il tuo approccio alla vita e quali sono i tuoi desideri?

Sì, più che giudicare, mi piace cercare di capire anche ciò che è più lontano da me, mettendo da parte (seppur senza rinunciarvi) il mio punto di vista e aprendomi  sempre a prospettive altre. Anche questo l’ho trovato tra le righe dei “miei” libri. Devo ammettere, però, che nel quotidiano un atteggiamento del genere    comporta dei rischi,   primi fra tutti quello di confondere il capire col   giustificare e quello di  smarrire la capacità di indignarsi, che invece  ritengo una risorsa umana irrinunciabile; senza contare che, per avere effetti positivi e non produrre sofferenza, esso dovrebbe essere condiviso, e sappiamo bene quanto sia utopistica un’idea del genere.

Una precisazione: ho detto che mi piace, non che mi riesca!

E parlando dei viaggi che abbiamo fatto insieme, hai voglia di provare a raccontarci le tue emozioni legate a quei momenti?

Per farlo davvero avrei bisogno di uno spazio e di un tempo infiniti, Giancarlo, considerando anche che la sintesi non è il mio forte! Proverò, comunque, a dire qualcosa, cominciando dal viaggio in Nepal e Bhutan dell’ottobre scorso.

Premetto che non mi soffermerò sul fatto che, anche per circostanze esterne ed estranee alla specificità della situazione, quel viaggio è stato per me molto importante e significativo; non parlerò nemmeno della gioia che ha prodotto in me il poter riabbracciare  Giuliano, che in quel periodo svolgeva come volontario il servizio civile a Kathamndu o della Bellezza dell’incontro con te.

Era il mo primo viaggio fuori dell’Europa e mi ero preparata ad esso a modo mio, cioè raccogliendo solo poche informazioni essenziali ed evitando accuratamente immagini e resoconti di altri viaggiatori, per concedermi la possibilità della scoperta e dello stupore più autentici.

L’impatto con Kathmandu, prima tappa dell’itinerario, è stato molto forte e destabilizzante: ho dovuto faticare non poco per cercare di superare (riuscendoci solo in parte) il disagio profondo che  avvertivo in ogni momento, anche solo, ad esempio, a camminare per strada, in mezzo  a improbabili veicoli, persone disparate e animali di ogni genere  che si muovevano incessantemente e senza regola alcuna in tutte le direzioni possibili, fra cumuli di detriti e intralci di diversa natura a cui nessuno pareva badare, e in una babele di polvere,  suoni,  colori e odori;     relativamente a  questa particolare situazione, a nutrire il mio disagio  (l’ho capito solo più tardi!) non era  tanto il caos oggettivo,   quanto la percezione, razionalmente assurda, ma non per questo meno reale,     che  il Tempo, in tutto quel frenetico muoversi,  scorresse comunque, e paradossalmente, lento, seguendo gli stessi identici ritmi di epoche andate, lontane millenni. A destabilizzarmi era, in buona sostanza, il fatto che lì l’idea di ottimizzare l’uso del tempo  non avesse cittadinanza alcuna; era del tutto assente. Così, nel traffico impazzito di un incrocio, ovviamente senza semaforo, in cui un piccolo, inutile e impolverato vigile usava  il  fischietto e agitava le braccia senza che nessuno gli badasse (e senza che nemmeno lui  pensasse di sortire un qualche benefico effetto) potevo vedere qualcosa di davvero sorprendente: tutti erano bloccati, ma nessuno, nonostante gli strombazzamenti, aveva realmente fretta o era in lotta col Tempo.

Ha anche a che vedere col Tempo, ma in tutt’altra maniera, il mio impatto ( ma questa volta dovrei dire, piuttosto, “incontro”) col Bhutan.

Lì, fin dal primo momento, quello dell’arrivo nel piccolo aeroporto di Paro, mi sono sentita   fuori del Tempo, o meglio immersa in una sorta di Tempo sospeso, che cullava l’anima e la faceva sentire a suo agio.

Non conosce i parossismi di Kathmandu, il Bhutan: ti prende con dolcezza e gentilezza; e la sua Bellezza, quella  del suo silenzio e  della sua gente, dei suoi campi di segale e delle sue montagne ,  dei suoi fiumi e dei suoi templi buddisti, ti resta nell’anima.

Perché ciò accada, però, devi lasciarti andare e dismettere gli “abiti” occidentali.  Altrimenti l’incanto di quello che il tuo sguardo incontra rischia di apparire arretratezza e  mancanza (di mezzi, di opportunità, di comodità e quant’altro), e, magari, di suscitare non rispetto e neppure desiderio di comprendere,   ma solo sbigottimento, curiosità fine a se stessa e, magari, sbrigativa pietà.

Così, ad esempio, devi uscire da te per cogliere il senso e la dignità di alcune occupazioni; come quella  di  tante piccole donne dagli abiti colorati che con movimenti aggraziati e mezzi di fortuna si spezzano la schiena per sgombrare  l’unica strada che attraversa il paese dai detriti dell’ultima pioggia, pur sapendo che, alla prossima, la loro fatica sarà vanificata e dovranno cominciare da capo.

Avrei infinite altre cose da dire e condividere, ma chiudo qui.  Aggiungo solo questo: sono stata felice di aver incontrato il Bhutan e sarei persino tentata di ripeterne l’esperienza, eppure mi chiedo se il turismo non rappresenti, per posti così, una violazione, qualcosa da evitare.  (lo dicevo, all’inizio, di essere un guazzabuglio!!!)

Mi accorgo con rammarico di non aver neppure preso in considerazione  l’India: pazienza, magari sarà per un’altra volta.

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 Cosa fa Maria Vittoria quando è a casa? Sicuramente trova il tempo di leggere Qual è la letteratura che riempie la tua anima, quella che ti sorprende e ti lascia senza fiato?

In quest’ultimo periodo le mie giornate hanno avuto un andamento decisamente anomalo e ho trascorso la maggior parte del tempo proprio in casa:  lo scorso settembre, infatti, mi sono regalata un anno  sabbatico  e ho lasciato la scuola, intorno a cui ruotava l’organizzazione del mio tempo da ben 35 anni. Avevo bisogno di spazi di lentezza per coltivare alcuni miei interessi, e anche per non fare (apparentemente) niente e imparare a stare bene con me stessa. Non sono in grado, quindi, di descrivere una mia giornata-tipo. Ero intenzionata a riprendere l’insegnamento, ma poi a gennaio ho scoperto un’opportunità (fortemente penalizzante dal punto di vita economico, ma comunque in grado di farmi vivere) per andare in pensione e ne ho approfittato: dal prossimo 1° settembre, dunque, sarò in pensione. Ora sto cominciando a pensare a come vorrei occupare il tanto tempo libero che avrò, perché dell’anno sabbatico sentivo davvero il bisogno,  ma non riesco neppure  a pensare di protrarne la durata!  Vedremo.

Una vita senza libri non so proprio immaginarla; ultimamente, in verità, prediligo la poesia, ma sono le letture più disparate  che inaspettatamente possono lasciarmi senza fiato e riempirmi davvero  l’anima. Quali, ad esempio? Magari dipenderà da ragioni anagrafiche, ma   le prime a venirmi in mente sono quelle fatte prima dei vent’anni, grosso modo nel periodo del liceo: “L’arpa d’erba”, di Truman Capote, “La casa in collina”, di Cesare Pavese, “Niente e così sia” di Oriana Fallaci, “I fratelli Karamazov”, di Dostoevskij, “Pian della Tortilla”, di John Steinbeck, “Il partigiano Johnny” di Beppe fenoglio”,”lo straniero” di Camus, “Antigone” di Sofocle, “Uomini e no” di Elio Vittorini… e mi fermo qui, ma quasi mi dispiace non elencarle tutte!

I prossimi viaggi che hai in mente di realizzare a breve e a lungo termine?

Il prossimo 8 agosto partirò con Giuliano per l’Islanda; è stato lui a propormelo ( e a regalarmi il volo!)  ricordando che, quando era piccolo, mi aveva sentito spesso fantasticare su  quella terra così  “sperduta”. Prenderemo un’auto e la gireremo da soli fino al 24 agosto, seguendo un itinerario solo in parte programmato, da  “inventarci” sul posto. Già so che sarà bello (anche perché Giuliano a settembre se ne andrà di nuovo, molto lontano e per molto tempo).

A lungo termine mi piacerebbe andare in Cambogia, in Cina e nelle zone interne dell’America latina, anche se, in realtà, non ci sono mete che non mi affascinino, comprese quelle raggiungibili con solo qualche ora di automobile.  Naturalmente, se sarà possibile vorrei poter andare a trovare  Giuliano, sulla costa occidentale dell’Australia. Devo dire, comunque, che non ho la smania di partire a tutti i costi e non sto mai a pianificare se e quando partire, magari stabilendo a priori il periodo (o i periodi) dell’anno in cui muovermi, la durata e la meta, come se viaggiare fosse un’occupazione o un impegno qualsiasi. A volte è l’idea stessa del viaggio che mi appaga e non ho bisogno di spostarmi; a volte (compatibilmente con la disponibilità economica!), faccio un viaggio dietro l’altro,  non importa quanto lungo o quanto lontano.

Le cose in cui credi Maria Vittoria, I pilasti portanti della tua vita di cui non potresti assolutamente fare a meno, al di là del momento storico, al di là della realtà che ci sommerge come un fiume in piena, al di là delle delusioni che ci ha causato la vita, al di là delle ferite e delle cicatrici?

Mi prendo la libertà di eludere questa domanda: quel po’ di me che vale la pena conoscere, forse è già venuto fuori dalle altre risposte.

Sono nata cinquantotto anni fa a Subiaco, piccolo centro “di frontiera” in provincia di Roma, dove sono sempre vissuta, tranne che nel periodo degli studi universitari,  che ho trascorso a Roma.  Il mio primo “viaggio” nel senso più profondo del termine, è stato quello che per cinque anni, tutti i giorni, facevo per raggiungere Tivoli, dove ho frequentato il Liceo Classico; naturalmente non mi riferisco allo spostamento fisico, ma a quello mentale,  perché  in quel liceo ho imparato a riconoscere  e amare   l’altrove. I miei genitori erano entrambi maestri elementari, papà sublacense, mamma originaria di Serravalle Sesia, in Piemonte;  da lì, appena bambina, si era trasferita a Subiaco per seguire i genitori operai della neonata cartiera di Subiaco, “figlia”, in qualche modo, di quella in cui lavoravano a Serravalle.

Ho una splendida sorella di quattro anni più giovane di me, Alda, con la quale ho un legame profondissimo.

Mi sono laureata in lettere nel 1978 e ho cominciato subito a insegnare, prima in diverse scuole della provincia, poi, dal 1985, a Subiaco passando, nel giro di qualche anno, da quello che allora era l’Istituto Magistrale, al Liceo Scientifico.  Ho sempre considerato l’insegnamento non un lavoro ma una dimensione esistenziale privilegiata, che mi offriva la possibilità di non smettere mai di studiare e l’opportunità di crescere insieme a quelli che   sarebbero rimasti per sempre i “miei” ragazzi. Nel 1980 m i sono sposata e nel 1985 è nato Giuliano.

Un tribunale, solo qualche anno fa, ha sancito la fine di   un lungo matrimonio che, in realtà non è mai stato tale  e che probabilmente, se non avessi forzato io la mano, avrebbe continuato imperterrito la sua non-esistenza. Ho impiegato un po’ troppo a capirlo, ma solo la solitudine  vissuta da sola poteva avere una sua dignità ed  essere bella, mi fosse restato anche solo un giorno  davanti.

Dal prossimo 1° settembre sarò in pensione.

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Trapani da vivere

Trapani è una città di fronte a due mari. Stretta tra l’acqua ed il monte di Erice, l’antica Drepanon nasce intorno al suo porto: originariamente come villaggio sicano, poi come piccola città fortificata, in cui per secoli vissero pescatori, commercianti, artigiani di popolazioni diverse, come gli Elimi. Se ci si spinge appen oltre il porto dei pescatori, là dove si trova anche il mercato del pesce freschissimo, ci si trioverà a breve su di un molo, dove, verso il fondo, si staglia la  Torre di Ligny, sede oggi del Museo della Preistoria. Per raggiungerla si percorre una stretta via, circondata da entrambi i lati dal mare di un azzurro intenso e battuta dal vento, una passeggiata che regala emozioni e vista mozzafiato. Addentrandosi verso il centro storico, si possono ammirare gli antichi palazzi, i monumenti, le chiese di diverse epoche. Gran parte del centro storico di Trapani è inserito nella zona a traffico limitato. L’accesso alle auto è vietato in numerose vie, che nel tempo hanno assunto il carattere di “salotto” della città: Corso Vittorio Emanuele, l’antica “Loggia”, via Torrearsa, Via Garibaldi. Qui è tutto un susseguirsi di palazzi storici e chiese di notevole pregio artistico: il Palazzo Cavarretta, la Cattedrale, Palazzo Riccio di Morana, Palazzo San Rocco, Palazzo Riccio di San Gioacchino, Palazzo Lucatelli, la Chiesa del Collegio. Poco distante si trova la Chiesa del Purgatorio, in cui sono conservati i sacri Gruppi dei Misteri di Trapani. Da Via Garibaldi, attraverso una scalinata sulla sinistra si raggiunge la Chiesa di San Domenico con l’annesso convento. Lungo la via Torrearsa si apre Piazza Sant’Agostino con la Chiesa caratterizzata dal prospetto impreziosito da un rosone e la Fontana di Saturno. Proseguendo si giunge in Piazza Scarlatti, nei pressi della quale si trova l’ex Chiesa di San Giacomo, sede attuale della Biblioteca Fardelliana. Trapani è una città da vivere, di giorno e di notte. Bella, elegante, un po’ austera e barocca, un posto dai mille ristorantini  e più lussuosi wine-bar lungo le strade che offrono specialità locali a prezzi abbastanza contenuti. La sera le vie del centro storico si illuminano di una luce calda e  la gente indugia in un piacevole passeggio per godersi la brezza che viene dal mare. Da non perdere l’escursione alle Isole Egadi, appena di fronte alla città. Dal porto marittimo partono aliscafi e battelli che conducono alle isole. Da Trapani a Favignana (imperdibile) il biglietto costa 10 euro ( solo andata ). Il servizio è regolare. Ci sono inoltre, davanti al porto marittimo,, alcune agenzie  turistiche che offrono un’escursione di un’intera giornata  che tocca due o tre isole, di solito Favignana, Marettimo e Levanzo, offrendo a bordo un pasto semplice ma gustoso al prezzo che varia dai 35 ai 4o euro a persona.  Si parte alle  09.30 e si rientra in porto verso le 18,  effettuando due o tre soste presso alcune splendide calette raggiungibili solo dal’acqua. Il mare delle Egadi non ha nulla da invidiare a quello dei Caraibi ed il  fascino quasi desolato delle isole è impagabile. La rinomata stazione balneare di San Vito lo Capo è raggiungibile in pullman in poco più di 30 minuti ( dalla stazione delle corriere o dalle varie fermate davanti al porto marittimo). Forse vale la pena andarci in bassa stagione, quando la bellissima spiaggia bianca e fine  è un po’ meno inflazionata di bagnanti. E poi Erice, Marsala, lo scavo archeologico di Mozia, sono tutte mete facilmente raggiungibili da Trapani in poco tempo. Esiste anche un servizio regolare di pullman per Palermo, ma il capoluogo della Sicilia merita una visita ben più approfonita che non sia  quella di una sola giornata. Noi ci siamo arrivati con volo diretto Ryanair da Treviso a prezzi non prorprio bassissimi. Come sempre, se non si hanno date fisse da rispettare, si può acquistare il volo con largo anticipo, scegliere le date  a tariffa più economica e risparmiare qualcosa. Abbiamo soggiornato  5 notti presso il Residence Le Chiavi di San Francesco 4 stelle:  www.lechiavidisanfrancesco.com, in pieno centro storico. Un posto bello, elegante anche se informale,  ma con un tocco personale in più nella scelta dell’arredamento e degli elementi architettonici, molto ben curato, con camere spaziose e pulitisisme. Personale  molto cortese e disponibile. Ottimo rapporto qualità-prezzo. Una vera chicca: la prima colazione  viene servita sulla terrazza al 4° piano con vista sulle cupole della Chiesa di San Francesco e  sulla città vecchia. Un posto che consigliamo davvero a tutti coloro che cercano confort e corstesia.
A Trapani vale davvero la pena di andarci.

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