Archive | gennaio 2014

Alle memoria. 27 Gennaio. LA STORIA SIAMO NOI

Alle memoria. 27 Gennaio. LA STORIA SIAMO NOI

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Why we can’t be
Or see who cuts us under
Like a boor falling a tree
You’re the thunder
Going under
Over me

Don’t forget to pray
To keep it away
Away from every day
Where you wonder

…e alla nostra gioventù, che è andata un attimo di là..

mamma

…e tuttavia nella foto correva spensierata come poche altre volte nella sua esistenza le era capitato, Signorina. La sua gioventù, così precocemente minata dalla vita che le era toccata in sorte, le sembrava adesso lontana come un ricordo sfocato, appannato dal tempo, immensamente altrove…
L’amore graffia il mondo-Ugo Riccarelli

A mia madre  Rita e a mia zia Nenne, le due sorelle che passavano la linea della città piena di fascisti e nazisti per vendere le frittate che facevano in casa  con le uova rubate per poter sopravvivere. A  tutte le donne di quel tempo, alle antifascite di tutti i tempi e di tutte le religioni, a loro che dovevano nascondersi, sopravvivere ai rastellamenti, alle bombe, ai fucili e alla paura. Alle deporatate  che non tornarono più indietro e a quelle poche che invece ce le la fecero. A tutte quelle donne di pace, forti, tenaci, povere, sole e che tuttavia furono capaci di pensare un Paese nuovo, con la caparbietà delle idee ed il cuore traboccante di amore e di speranza.

A noi, figli di quelle donne.

E alla nostra gioventù, che è andata un attimo di là.

foto: mamma

mzm

Il chiosco del thé- Osservatorio privato

.

Era il maggio del 1982 quando arrivai a Srinagar.

Non sapevo nulla del conflitto in atto fra Pakistan e India, non sapevo nulla del fatto che il teatro degli scontri fosse proprio il Kashmir. Ero di un’ingoranza abissale, puerile, imperdonabile.

Mi ero stancato del caldo di Delhi, avevo in mano un biglietto aereo dell’Indian Airlines, uno di quei biglietti che usavano in quegli anni, a tariffa scontatissima: cinque tratte senza toccare mai la stessa città, a poco più di 100 dollari. Così una mattina prestissimo mi recai in aeroporto, guardai il tabellone delle partenze, scelsi Srinagar, mi recai  presso la biglietteria e cambiai uno dei voucher con una carta d’imbarco, salii sull’aereo e scesi fra le montagne due ore dopo. All’arrivo i controlli furono esaperanti e lunghissimi. Mi resi conto tardi che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ero l’unico straniero, ma a questo ci ero abituato. Invece fu tutto quel dispiegamento di militari armati fino ai denti a farmi paura. Quando uscii dall’aeroporto un ragazzo della mia età mi prese per la camicia e mi trascinò via: “ Sei matto? Non lo sai che c’è il coprifuoco? Da dove cazzo arrivi tu? Dai, vieni con me”.

Non mi resi nemmeno conto di essere in pericolo. Salimmo su di un auto sgangherata e vi scendemmo un’ora dopo. Prendemmo lo zaino e la borsa e ci avviammo verso il Bund, percorrendo un sentiero sterrato in mezzo a rovi e sterpaglie finché raggiungemmo una house-boat   ormeggiata in riva al fiume, costruita in legno di palissandro chiaro,  con una graziosa veranda sulla parte anteriore. C’erano delle grandi finestre illuminate dall’interno e sul tetto campeggiava un cartello che portava la scritta: “ House Boat Zulekha”.
Così incominiciò la mia storia d’amore con la famiglia Shagoo. Una storia che dura da oltre trent’anni.

Ci rimasi per lungo tempo a Srinagar quella volta. Ci tornai per anni. Ci tornavo tutte le volte che qualcosa mi feriva profondamente, quando qualcosa mi faceva talmente male che non ci riuscivo a curarmi da solo.

“ Non puoi immaginare la faccia da idiota che avevi quella volta!” mi dice Manzoor, quando ricordiamo insieme quei giorni.

C’erano le montagne dell’Himalaya tutto intorno, nel cielo volavano altissime le aquile e al tramonto  il sole incendiava l’intera città.  La sera accompagnavo i ragazzi alla moschea. Mi sedevo sotto una colonna, un poco discosto, li guardavo pregare, guardavo le loro schiene e le loro gambe flettersi al rito, assaporavo quella pace infinta che regnava assoluta tutto intorno a me. Non credo che ci sia posto al mondo in cui io sia stato più felice.

Un’altra volta i soldi stavano per finire e allora ci venne un’idea. Organizzammo un punto vendita di thé sull’argine del fiume. Non era una ditta di import-export, no. Inchiodammo semplicemente alcuni assi di legno, prendemmo un fornelletto, un bollitore, dei bicchieri di vetro e incominciammo a  fare un thé  scuro e aromatico che vendevamo ai passanti a 5 rupie. Andavo al mercato nella città vecchia a comprare quello che serviva. Ero bianco, europeo, destavo certamente molta attenzione, ma i militari sembravano avere per me molto riguardo per quanto concerneva le perquisizioni e le domande. Mi facevano passare ovunque andassi, non  per una simpatia personale nei miei confronti, lo facevano solo perché temevano che, in quanto straniero, avessi potuto parlare male del loro Paese, una volta tornato a casa. Erano gli anni in cui un europeo, nella semplicità della gente del posto, doveva per forza essere qualcuno. Forse mi scambiavano per uno dei giornalisti della stampa internazionale che  seguivano il conflitto da vicino. Non ho mai saputo come stessero esattamente le cose, ma funzionò sempre. Tornavo con chili e chili di thé, di cardamomo,  di cannella, chiodi di garofano e zenzero. Gli affari andavano bene al chiosco del thé. Non era tanto la qualità della nostra bevanda ad attirare la clientela, quanto il fatto che fosse uno straniero insieme ad un altro  del posto a gestire quel baracchino. Le persone venivano per vedere, mosse da una curiosità infantile. Poi gli veniva sete, si stancavano, avevano caldo o freddo, a seconda dei  mesi dell’anno, e allora ordinavano il loro bicchiere di thé e pagavano 5 rupie. Andammo avanti così un paio di stagioni. Poi una volta venne un poliziotto che  mi chiese di mostrargli il permesso di lavoro che non possedevo. Mi disse che avrebbe potuto arrestarmi e ritirarmi il passaporto, ma che avrebbe deciso di chiudere un occhio se avessimo smantellato la nostra baracca il giorno stesso. Era stato un piccolo bottegaio della zona a fare la spia. Così finì la nostra avventura.

L’ultima volta che ci tornai fu lo scorso agosto. Una sera attraversai il ponte, presi il sentiero che portava nel parco, sull’argine del fiume. La sera era calda, il cielo era terso e stellato, le piccole luci delle house boat ancorate sul fiume brillavano ancora. A tratti si avvertiva un vento fresco che arrivava dalle montagne, un vento buono che faceva bene all’anima. D’un tratto mi parve di vedere una luce accesa sulla nostra Zulekha, in quella che un tempo era stata la mia stanza. Mi stropicciai gli occhi per vedere meglio e mi occorsi subito che tutte le luci erano spente. E che la barca non era nemmeno quella. Troppi anni erano trascorsi da allora.

 Arrivai a Srinagar verso mezzogiorno. Era il maggio del 1982.

Non ero mai stato prima nel Kashmir e quell’estate indiana pareva essere l’occasione buona per viaggiare un po’ per il Paese. Avevo lasciato casa all’inizio di gennaio. La mattina prima della partenza avevo fatto qualche telefonata a due o tre amici, avevo portato il cane da mia madre, avevo abbracciato mio padre che sedeva muto nella sua poltrona di sempre cercando di non sentirmi troppo in colpa per il fatto che lo abbandonavo  alla sua malattia. Nonostante lo vedessi quasi tutti i giorni, quella mattina restai stupito dalla  sua magrezza, dai suoi occhi spenti, dal suo confuso farfugliare parole che ormai nessuno capiva. Volli portarlo in bagno un’ultima volta. Lo lavai con cura, gli pettinai i capelli radi e lo profumai  per bene, come si fa con i bambini molto piccoli, mentre lui mi guardava e sorrideva con un sorriso attonito e doloroso, un sorriso  contorto e deforme che non esprimeva propriamente disperazione o paura, un sorriso fatto  piuttosto  di incredulità e di stupore muto.

 Quella sera feci il mio zaino, uno zaino da concorso. Ci infilai dentro la mia vita fatta di libri,  dischi,  cartoline, fotografie,  ritagli di giornale, indirizzi e numeri di telefono. Presi pochi vestiti, ma piegai scrupolosamente i pantaloni e le camicie con una cura che non avevo mai avuto prima. Quand’ebbi finito chiusi la lampo, scrissi il mio nome e il mio indirizzo su di un etichetta nuova e ne applicai una più grande su entrambi i lati “ Fragile. Maneggiare con cura”,
Controllai passaporto e biglietto aereo, poi mi misi a letto.

La mattina dopo mi svegliai prestissimo. Chiusi la porta di casa e mi diressi  con  un taxi all’aeroporto.
Non mi voltai neppure per guardare indietro.
Nemmeno una  sola volta.

Buthan-Il Paese della Felicità- Dal 15 al 27 Novembre 2014

 

Un viaggio sorprendente e indimenticabile in Buthan. Un Paese poco battuto dal turismo di massa, celato dalle imponenti montagne dell’Himalaya, uno scrigno al di fuori del tempo, con atmosfere e suggestioni uniche nel suo genereUn approccio vero con il buddismo più autentico e con la semplicità della gente, fra spettacoli naturali di una bellezza incomparabile. Hotel 3/4 stelle, pensione completa, tour in minibus, guida parlante inglese ( non esistono guide in italiano in Buthan ), tutte le tasse governative, tutte le visite e gli ingressi, volo Kathmandu/ Paro / Kathamandu e volo internazionale con  Air India via Delhi con proseguimento per Kathmandu.Visita di Kathamandu con sistemazione in hotel 4 stelle. Accompagnatore esperto di cultura buddista in partenza dall’Italia.

 Programma e quote

 

La volta che vidi Enrico-Osservatorio privato

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La volta che arrivò Enrico avevo tredici anni.  Se ne parlava in casa già da parecchi mesi e l’eccitazione era alle stelle. Mio padre non parlava d’altro da giorni e giorni.  Enrico si presentò sulla piazza principale della città un giorno freddo di novembre, ma noi preparavamo il suo arrivo già prima delle vacanze estive, quando la sua venuta non era altro che una voce, un’idea sussurrata, più che altro una speranza. Mio padre, Giocomino e il Bepi si trovavano nella nostra cucina a parlare di quello che avrebbero detto quando sarebbe arrivato Enrico.  Mia madre  li lasciava fare, contenta di poter ascoltare quello che dicevano gli uomini. La  mamma era  una donna piena di coraggio e di energia, ma giovane e timida. A volte piangeva di nostalgia per la sua terra, per il paese e per i parenti suoi cari. Solo più avanti negli anni avrebbe ritrovato la grande forza che non credeva nennemo di possedere. La mamma aveva preso la licenza media assieme a mio padre presso le scuole serali, non era una donna colta, non era politicamente preparata, non era bella e non era raccomandata da nessuno, ma era una donna che aveva  lavorato da quando di anni ne aveva cinque e che conosceva la fatica, il sudore, la miseria e la paura. Aveva fatto del suo meglio per superare almeno alcuni di quei problemi e in parte ci era riuscita. Ma soprattutto mamma era una donna coraggiosa, profondamente onesta, una donna concreta, con  un cuore grande e le mani forti. Mia madre si sarebbe fatta uccidere piuttosto di prevaricare qualcuno, si sarebbe fatta fare a pezzi piuttosto  di chiedere una raccomandazione di qualsiasi genere, convinta com’era, convinti come eravamo tutti noi, allora, che tutto serebbe andato a posto, ogni sopruso, ogni  differenza, ogni ingiustizia, ogni male superati. Lei amava Enrico da quando lo aveva visto, lui ancora molto giovane e per caso, nel suo paese fatto di democristiani devoti e di cattolici baciapile, e se n’era come innamorata. Era d’estate e lei portava il vestito della festa buono, quello di organza a fiorellini azzurri, l’unico  vezzo che  avevesse veramente mai avuto.Quando Enrico arrivò quella mattina di novembre mio padre aveva la faccia tirata, stanca, esausta. Non ci dormiva da un paio di notti, lui, per l’emozione.  Sotto la pioggia fredda che cadeva da giorni, mio padre e gli altri allestirono il palco, procurarono il mirofono e i megafoni, piazzarono ben in vista le bandiere e alla fine attesero Enrico in primissima fila. Mio padre e il Bepi introdussero il suo discorso.  Io ero più indietro, insieme a mia madre, un po’ impaurita per via della folla, con mia sorella sulle  spalle. Tanta gente così non l’aveva mai vista la mamma. Quando il comizio finì noi ce ne tornammo a casa, ma mio padre fu inviato dal comitato a cena in una trattoria, alla presenza di Enrico. Ne parlò finchè il suo cervello fu in grado di ragionare, mio padre. Tutti uguali: poveri, operai, analfabeti. Enrico li raccoglieva tutti. A me rimase nella testa l’immagine di un uomo buono, serio, pacato,  che si muoveva sul palco di legno come uno qualunque,  colmo di parole misurate e senza inutili rumori, lontano, molto lontano, lontanissimo, da ogni clamore, da ogni esibizionismo, da ogni  privatissima forma di protagonismo. Altri tempi.
Quella fu l’unica volta che vidi Enrico.

Macondo

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