Archive | aprile 2014

1 Maggio- Osservatorio privato

la classe op

 

La classe operaia non esiste più.  E tuttavia la protesta sociale esiste ancora. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, quella che resta, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere sempre di più e in dosi sempre maggiori. Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della  borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito e  molta della sua esistenza  dipendono dall’evasione fiscale sistematica, da essa concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio.

Le statistiche parlano di 13 milioni di persone  che vivono oggi in Italia nella sfera del “disagio sociale”. Si tratta di 7 milioni di poveri e di 6 milioni di lavoratori vicini alla soglia di povertà. A livello mondiale la povertà è in costante aumento. Se i teorici della “scomparsa del lavoro” nutrono ancora dubbi, sarebbe una buona cosa consigliare loro  un semplice esercizio. Svegliatevi un paio d’ore prima la mattina, prendete la macchina e seguite quei cartelli gialli con scritto “zona industriale”. Al rumore in lontananza di ingranaggi e delle sirene dell’annuncio dell’inizio turno,  fermatevi. Vedrete lavoratori con la faccia stravolta che entrano per il primo turno e probabilmente quelli che escono dal turno di notte. Non ci sarà bisogno di aggiungere molto. Quella è la classe operaia: quella che produce ogni oggetto che ci circonda.

Eppure e nonostate tutto la classe operaia non esiste più. Non esiste più la mentalità salvifica così tipica della classe operaia, la volontà che essa possedeva negli anni ’60 e ’70, quella che mosse le nostre vite negli anni della nostra gioventù. Non  esistono più rivendicazioni formulate su di una base politica. Questo è dato di fattto. La nuova classe operaia potrebbe essere costituita oggi dagli emigrati, da quelli che, con un uso della lingua italiana osceno e molto molto riduttivo, vengono chiamati “extra-comunitari”. Dove con tale termine sono definiti esclusivamente  i poveracci che sfuggono alla fame a alle guerre, non certo gli svizzeri.

 Con l’aumento degli immigrati si va ad aumentare quello che Marx chiamava l’esercito di riserva. Aumenta  il numero delle persone in cerca di un’occupazione, e ciò permette a chi dà lavoro di accedere più facilmente alle quote più deboli del mercato, ovvero gli  immigrati, che si accontentano di un’offerta di salario inferiore alla media e di un’occupazione a tempo limitato o comunque discontinuo. In questo modo le quote del mercato del lavoro che compongono l’esercito di disoccupati, ammortizzano le loro richieste per poter essere concorrenziali alla domanda di lavoro da parte degli immigrati.

Perciò l’immigrazione è funzionale al sistema capitalistico, poiché alimenta la concorrenza tra gli operai che vanno così ad accontentarsi di condizioni sempre peggiori in cui lavorare. Tutto ciò è funzionale al processo di abbattimento di diritti civili e sociali della classe operaia. Grasso, come del resto tutta la politica Italiana, si sofferma sul lato microscopico del problema, e non su quello macroscopico, che dovrebbe essere invece quello fondamentale.

La diffidenza verso gli immigrati finirà soltanto quando essi avranno gli stessi diritti sociali dei lavoratori italiani e non concorreranno con essi  nell’odierno e paradossale processo di abbassamento di richieste e accontentamento di condizioni lavorative. Parallelamente l’ondata migratoria diminuirà drasticamente soltanto quando sarà possibile condurre una vita dignitosa, qui e altrove. Sembra utopistico, ma se solo si volesse tutto questo sarebbe già  possibile. Invece oggi un Paese economicamente forte ne va ad aiutare un altro in via di sviluppo non tanto per empatia, umanità, solidarietà e per favorirne un armonico sviluppo, quanto per organizzarlo in funzione dei propri interessi. È qui che sta la radice del problema. L’immigrazione è soltanto una delle tante armi che il capitalismo detiene per autolegittimarsi. Per porre gli uni contro gli altri, e non i tutti contro di esso.

Come è sempre accaduto in passato servirebbero anche oggi delle figure di intellettuali  pronte a guidare la protesta: chi lavora per la propria sopravvivenza non ha il tempo nè le energie sufficienti da  dedicare alla lotta di classe. Ma il mondo intellettuale di oggi sembra rigidamente rivolto verso se stesso più che verso gli altri, in direzione univoca verso il proprio ombelico.

Ricordo le feste del Primo Maggio della mia infanzia. Ricordo il silenzio delle strade vuote, le vetrine abbassate come a Natale, i mezzi pubblici che restavano nel chiuso dei depositi. Ricordo le manifestazioni in centro città, affollate processioni sacre del laicismo proletario. Roba del secolo, del millennio scorso. Le fabbriche hanno chiuso, buona parte dei capannoni dismessi sono stati abbattuti, le aree liberate si sono trasformate in preziose occasioni per eccitare la famelica speculazione immobiliare, il mercato privato ha ridisegnato le città indifferente ai temi sociali, senza una politica pubblica che abbia saputo governare la trasformazione. La classe operaia, dagli anni ’70 in poi, non è andata in paradiso. È andata in pensione.

Il Primo Maggio sembra ormai solo il giorno di un evento musicale da seguire alla televisione, senza capire esattamente cosa si celebri, in una società polverizzata, indebolita, antisolidale. Oggi – ironia della sorte – si festeggia il giorno dei lavoratori lavorando; in un circolo antropofago autolesionista si secolarizzata la sacralità del lavoro per oggettiva perdita della sua classe sociale, che teneva vivo il culto. Il proletariato, e la sua vitalità di soggetto sociale,  è scomparso. Ciò che resta, e accresce le fila sempre più, è un sottoproletariato straccione e sperduto, troppo simile a quello della mia infanzia, che si barcamena in un mondo del lavoro precarizzato e letale, che non ha più voglia di festeggiare, perché non possiede nulla, perché è fatto di schiavi senza diritti, nuda vita alla mercé di negrieri finanziari, loro sì davvero internazionalizzati. Il rosseggiare che si vede all’orizzonte non è il sol dell’avvenire, è il tramonto del sogno collettivo.

La fine inesorabile dei nostri sogni.

 

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Le tue mani – Osservatorio privato

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A volte ti vedo senza conoscerti, senza conoscerti per nulla, per nulla.Ti vedo lontano da questa città, lontano, altrove. Il tuo ricordo c’è già, in tua presenza, ma non riconosco più le tue mani. Mi capita quando ad essere lontano da te sono io. Come se le tue mani non le avessi mai viste. Rimangono i tuoi occhi che guardano tutto: il mare, le strade, il vuoto. Hai gli occhi del temporale, della pietra, del cielo del Nord, del mare, dell’intelligenza immanente della materia, della vita. Hai gli occhi del colore del pensiero, del tempo, dei secoli passati e futuri, senza distinzione. Rimane il tuo riso. E quel sorriso celato, invisibile, sempre pronto a scaturire dal tuo viso fantasticamente innocente. Anche quando sei triste.

Il Maestro

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‘..Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatre anni sette mesi e undici giorni notti comprese?..”

 

Buon viaggio Gabo.

India:Meraviglie del Maharashtra- Grotte di Ajanta e Ellora. Dal 2 al 22 Settembre 2014

 

 

Un viaggio per gli amanti dell’India, della cultura, delle genti e dell’archeologia. Il percorso tocca i luoghi imperdibili di Agra e Jaipur e proseggue per Gwalior, Orchha e Khajuraho, con la visita dei momumenti più significativi di queste città. Poi si snoda verso il Maharashtra. Lungo il percorso si visiteranno le cittadine di Mandu, Maheshswar, Omkarshwar,Jalgaon, dove ci si potrà immergere nell’atmosfera dell’India più autentica, lontani dal turismo di massa, in una natura generosa e ricca di storia. Il viaggio prosegue per Aurangabad e culmina nella visita dei capolavori delle grotte di Ajanta ed Ellora per terrminare a Mumbay, la vibrante capitale economica dell’India.

 

Programma e quote

 

 

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