Pantaloncini corti – Osservatorio privato

da telefono 031
Abbiamo trascorso l’infanzia e parte dell’adolescenza indossando pantaloncini corti, d’estate e d’inverno. Questa era la regola per quelli della mia generazione. Conservo una foto di classe scattata l’ultimo anno delle scuole elementari, verso la fine degli anni ‘60. Non so per quale motivo, ma le foto di classe venivano sempre scattate sul finir dell’inverno. Ci sistemavano ritti e impettiti su due o tre predelle di legno, i più piccoli davanti, nel cortile spoglio e nudo della scuola . Il bidello, l’unico bidello che ci fosse in tutto l’istituto , un uomo timorato di Dio e manovrato da una moglie dispotica e intransigente, addetta con lui alla custodia e alla cura della struttura, controllava che fossimo bene in posa, che stessimo fermi come le statue, rigidi nella nostra uniforme triste: maglia di lana blu scuro e pantaloni corti grigi. Non era richiesto un sorriso. Chissà perché a quei tempi le foto scolastiche dovevano dare l’immagine di serietà assoluta, anzi di mestizia greve, come se la bontà e la qualità di quella scuola fosse dettata dall’aria cupa degli insegnanti e dalla tristezza degli allievi. Insieme ai pantaloncini corti di lana grezza si abbinavano di solito dei calzettoni che arrivavano al ginocchio, così ruvidi che i polpacci ti prudevano in continuazione, così brutti e rifiniti male che ogni volta che camminavi il calzino ti finiva tutto dentro la scarpa. E allora in classe era tutto un grattare e prudere, un alzarsi continuo per sistemare calze e scarpe, un borbottare sommesso contro la male sorte che ci costringeva a portare quell’indumento scomodo, mentre la maestra ci redarguiva dalla predella senza capire. I pantaloni corti e i relativi calzettoni venivano messi da parte con l’arrivo della pubertà, per qualcuno anche prima. A quei tempi i calzoncini corti si acquistavano nei negozi che vendevano abbigliamento da bambino o da ragazzo, che non erano boutique come lo sono oggi. I prezzi dei calzoncini erano più contenuti rispetto a quelli dei pantaloni lunghi, con taglia, diciamo, da uomo. Solo pochissimi fra noi potevano permettersi di acquistare un pantalone lungo. I pantaloni lunghi diventavano quindi un segno distintivo non solo di una certa agiatezza, ma di un vero e proprio status sociale. Li portavano il figlio del ragioniere e quello del geometra, due figure specialissime in quegli anni nella mia isola di nani, i geometri e i ragionieri,ancora più importanti della stessa maestra, già regina e indiscussa sovrana delle nostre piccole vite. Essere ragionieri significava un posto sicuro in banca; se si era geometri uno al catasto o in Comune. Non c’era posto per altro in quell’olimpo di cartapesta tranne che per quella piccolissima borghesia irritante fatta di maestre, ragionieri, geometri, piccoli bottegai e commercianti, assisi da tutti agli altissimi cieli in una pantomima ridicola e grottesca e che pur schiacciava con il suo potentissimo peso il bambino che ero allora. Quando arrivarono i meridionali che emigravano al Nord fu ancora peggio. Ricordo alcuni compagni di scuola che si facevano cambiare di banco perché sostenevano che l’odore di fritto che emanavano gli abiti dei calabresi era insopportabile. Per mia fortuna io venivo da una famiglia laica e del tutto liberale. Non capii mai del tutto perché ci dovesse essere qualcosa che ci separava da loro. I pantaloncini corti li portavo anch’io, esattamente come loro.

Smisi di indossarli alle medie. Al loro posto comparvero i tanto desiderati pantaloni lunghi. Più avanti mi feci crescere i capelli e incominciai ad indossare i jeans. Più avanti ancora furono le camicie di mio padre, quelle che lui non usava più, le più sformate, quelle più lise,consumate dai troppi lavaggi, quelle sbiadite, usate. Era la mia forma personalissima e del tutto sterile di protesta contro la mia isola meschina, qualcosa che irritava molto gli altri e che provocava in me un grandissimo piacere. Poi venne l’uniforme. C’ è stato un tempo in cui sostituivo i vestiti vecchi con altri uguali e identici quando si usuravano. Era come avere una divisa. Da giovane ero magrissimo, allampanato, con le gambe secche e lunghe. La mia vita era segnata da questa piccola difficoltà, non farmi assolutamente notare nell’abito per non attirare l’attenzione sul fatto che fossi magrissimo. Facevo in modo che la gente notasse l’uniformità dell’abito, e non la ragione della cosa.

Oggi quando mi capita di guardare delle vecchie foto che mi ritraggono con i pantoloncini corti mi viene da sorridere. Eravamo davvero brutti e goffi, noi, quelli della mia generazione, se messi a confronto con la gioventù di oggi, che a me sembra bellissima. I pantaloni corti , dunque. E con essi. affiorano come per incanto tantissimi ricordi. Un grumo duro e solido che posso tastare ancora oggi, riposto in canto del mio cervello. Il passato che a volte riaffiora.
E la cosa certa è che, per una ragione o per l’altra o per tutte insieme, questa fine di luglio di oggi s’intreccia misteriosamente ad altri mesi di luglio ormai lontani, ed è come se tutti questi anni da adulto, presunti densi, presunti fruttuosi, questi trentacinque anni che abbracciano ciò che avrebbe dovuto essere la pienezza della mia vita adulta, con tutto ciò che durante essi ho vissuto, ho vissuto e ho fatto, non siano all’improvviso nient’altro che una parentesi banale, una parentesi, che ora, all’improvviso, potrebbe essere cancellata magicamente in qualsiasi momento, un sogno dal quale ora potrei svegliarmi, restituito alla realtà unica, senza sogno nè parentesi, della mia adolescenza e della mia infanzia. quando indossavo forzatamente i pantaloni corti, anche d’inverno.

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About gianpa59

L'ultima frase, dice l'attore, sarebbe forse stata detta prima del silenzio. . Si sarebbe riferita all'emozione che si prova a volte nel riconoscere ciò che non si conosce ancora, all'impaccio in cui ci si trova nel non poter esprimere questo impaccio a causa della sproporzione delle parole,della loro povertà davanti all'enormità del dolore In fondo al teatro, dice l'attore, ci sarebbe stato un muro di colore blu.Questo muro chiudeva la scena. Massiccio, esposto a ponente, di fronte al mare. Questo muro era per definizione indistruttibile, benché fosse battuto, giorno e notte, dal vento del mare, e subisse in pieno l'infuriare delle più violente burrasche.L'attore dice che il teatro era stato costruito intorno all'idea di questo muro e del mare, affinché il rumore del mare, vicino o lontano, fosse sempre presente nel teatro. Quando non c'era vento, era attutito dallo spessore del muro, ma lo si avvertiva sempre, al ritmo pacato del mare. Non ci si sbagliava mai sulla sua natura. Quando c'era burrasca, certe notti, si sentiva chiaramente l'assalto delle onde contro il muro della camera. E il loro frangersi attraverso le parole Marguerite Duras

One response to “Pantaloncini corti – Osservatorio privato”

  1. gabriele says :

    io sono del 1973, quindi sono stato ragazzo negli anni 80; i miei genitori erano un po’ all’antica e mi hanno fatto portare i pantaloni corti anche d’inverno fino alla terza media compresa; e non con i calzettoni lunghi, ma con i calzini corti alla caviglia, perché mio padre diceva che le calze lunghe sono da donna. A chi diceva ai miei genitori di farmi mettere i pantaloni lunghi, rispondevano:”Gabriele è un ragazzo e le gambe le deve tenere scoperte”. Comunque non ho mai avuto problemi di salute: la parte superiore del corpo era ben protetta da maglione e giaccone, certo facevano impressione le gambe nude che uscivano da sotto il piumino. Le prese in giro degli altri ragazzi! Mi chiamavano Gabriella, perché avevo le gambe scoperte come le ragazze con la gonna, mi colpivano alle gambe con l’elastico o mi davano pizzicotti. Comunque sono sopravvissuto.

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