Archive | febbraio 2016

Carnevale – Osservatorio privato

 

pulcinella 3

 

Non ho mai amato il carnevale, neanche da bambino.
Negli anni’60 nella mia città senza primavera il carnevale si celebrava nella piazza principale, quella dedicata al poeta. Non c’erano carri allegorici allora, o almeno non che io ricordi.
I bambini e gli adulti si radunavano in quel luogo pieno di nulla a gettarsi l’un l’altro coriandoli e stelle filanti. Un piacere che non comprendevo e che non mi divertiva affatto. Mi madre mi vestiva con un costume da Brighella, la maschera bergamasca dispettosa, insolente a attaccabrighe. Io ero piccolo, sottomesso, ordinato e docile. Non mi è mai venuto in mente, allora, di poter approfittare di quella situazione per essere diverso da com’ero, almeno per un giorno. Nella mia inettitudine non sapevo nemmeno approfittare delle finzione del carnevale per essere qualcos’altro.

Nella sua mentalità da povera mia madre mi vestiva intenzionalmente con quel costume perché ci era stato donato dal ramo abbiente della nostra famiglia, certi cugini di mamma che vivano nella zona ricca della città senza luce né primavera. Per lei era un piccolo riscatto nei confronti della sua e della mia vita. Gli altri bambini erano Zorro, Dracula, Mefisto, il capo degli Apache. Io ero Brighella.

Siccome mi ammalavo spesso, mamma mi obbligava ad indossare un berretto di lana con i paraorecchi sotto il cappello bianco e verde della maschera che interpretavo e questo non faceva che peggiorare la situazione nei confronti degli altri ragazzini che spesso ridevano di me.

La cosa più umiliante era però il Ballo dei bambini, una specie di farsa orribile che si svolgeva in uno dei teatri della città. I rampolli della borghesia  ( una borghesia minuscola, sordida e risibile, fatta di piccoli bottegai e commercianti,  di geometri, ragionieri ed impiegati di banca che si sentivano potentissimi per il solo fatto di maneggiare i soldi degli altri,   anche se lontano dalla loro isola  essi avrebbero perso immediatamente il loro splendore ridicolo, né avrebbero avuto il minimo valore le questioni estetiche e le sentenze morali che emettevano nei confronti del mondo, né avrebbero avuto il più piccolo senso le risatine stolte, i vestiti di sartoria, le scarpe lucide, quell’aria attonita, languida e vuota e quella cultura da due soldi, raffazzonata, da Reader’‘s Digest ) si ritrovavano  tutti insieme, i rampolli adorati,  dicevo, stretti al braccio dei loro genitori, come un’unica tribù trasportata come per incanto in quel posto addobbato a festa, dove venivano eseguite musiche alla moda che avrebbero dovuto essere spensierate e allegre, ma che in me suscitavano soltanto un enorme disagio. Noi non centravamo nulla con quell’ambiente ed eravamo là solo perché mia zia, che lavorava in Municipio, otteneva sempre un paio di biglietti omaggio. I discorsi delle oziose signore della borghesia – mani perfette da nullafacenti, unghie laccate e curatissime, volti impeccabilmente truccati e capelli alla moda- vertevano sul nulla e sul faceto: quanto fosse difficile trovare una cameriera fidata in quei giorni, dove tutti pretendevano tutto, quanto fosse faticoso restare al passo coi tempi, come fossero estenuanti le interminabili sedute dal parrucchiere e dall’estetista, quanto fossero utili le ricette di cucina e i modellini dei vestiti riportate su di una certa rivista, quanto fosse impegnato, stanco ed esaurito il marito intento a far soldi. Mamma voleva essere come loro. Voleva dimenticare la guerra, il suo passato, la sua paura e cercava pateticamente di imitarle. Non si rendeva conto di come nei suoi trent’anni, con la sua fresca e naturale bellezza, con il suo cervello e il suo coraggio surclassasse di gran lunga le miserrime senza nerbo né sostanza. Cercava di imitare le pessime, mamma. Sognava un presente come il loro e un futuro ancora migliore.

A metà pomeriggio di quella farsa grottesca compariva il Sindaco di quella città di nani, un democristiano scaltro e avido. Ed era allora tutto uno stringersi di mani, un sorridersi l’un l’altro in maniera esagerata e isterica, un prodigarsi di parole vuote e di gesti inutili. Perché era chiaro perfino a me che in quell’isola senza primavera per essere all’altezza dovevi nascerci e a nulla sarebbero valse le moine un po’ artefatte di mamma e i suoi capelli chiari e o la sua pelle eburnea di fronte a coloro che avrebbero primeggiato per sempre per nascita e lignaggio.

Fu un’altra volta ancora che mi vidi coinvolto, mio malgrado, in una festa di carnevale. Erano gli anni dell’università quelli della festa a casa di Marina S. Non ricordo nemmeno più perché avessi accettato di andarci, forse per non lasciare sola Fulvia o forse per puro masochismo, chissà?
Marina S. vestita da madre badessa col pancione, con un velo di rossetto scarlatto sulle labbra da porcellino goloso. Marina S. la sublime, l’altera, l’intoccabile. Marina S. che viveva con l’allegra sconsideratezza di quelli della sua classe, che andava alle lezioni e sosteneva gli esami con la consapevolezza che mai nessuno si sarebbe sognato di fermarla, in un turbinio di presunzione e cretineria da lasciare senza parole. Marina S, con la sua voce grave, un po’ aspra e sensuale, tradita dai vizi della sua classe e da un’eccitazione falsa, tanto che pareva che la bocca le si riempisse di un’abbondanza eccessiva di vocali e di frasi così “bene”, quasi sempre mal costruite o finite, che riempivano il discorso di sottintesi e di punti di sospensione. Una ragazza molto bella di cui appena conoscevo il nome sentito distrattamente dai ragazzi dell’università, che mi avvicinò un giorno al bar vicino a Palazzo Nuovo, col pretesto di chiedermi qualcosa sulla Lettera al Padre che sosteneva di amare alla follia, per farsi in realtà presentare al mio amico Lorenzo, un bel ragazzo siciliano che frequentava le lezioni con me e che lei collezionò come trofeo, insieme a tanti altri.

E avrebbe potuto anche essere dissacrante e perfino divertente Marina S. nel suo costume da monaca gravida se non si fosse dato il caso che non avesse mai smesso, neanche per un istante nella sua vita, di parlare con la voce delle educande del Collegio delle Orsoline o del Gesù e Maria dove aveva studiato, anche quando si faceva Lorenzo ( le sue sporche labbra di porcellino goloso che concedevano o imponevano baci, un investigatore tracagnotto e greve pagato da un padre stimatissimo che si affannava a correrle dietro, i racconti dettagliati e lussuriosi dei suoi incontri di sesso col siciliano declamati apposta per suscitare l’invidia della amiche della sua stessa risma, la consapevolezza criminale di fare deliberatamente del male a chiunque si trovasse sul suo passaggio), se non si fosse dato il caso che la stessa non sarebbe  mai mancata ad una novena di Natale o ad una veglia di Pasqua, il capo chino  e l’aria mesta, seduta nei banchi in prima fila della cattedrale ( nei banchi lucidissimi donati dal nonno paterno alla Diocesi tanti anni prima ) o ad una cena di beneficienza organizzata dalle solerti e magnanime Signore della Croce Rossa. Una ragazza opportunista, che esplodeva, giocherellona, pericolosa ed aggressiva, come una bomba a mano gettata a caso nel mucchio, svagata, distratta, ma  sorridente e fiera nella sua casa perfetta, circondata da preziosi mobili d’antiquariato di cui non sapeva nemmeno l’esatto valore e la provenienza, spesso annoiata e apatica, che calpestava con i tacchi altissimi da monaca –puttana un numero infinito di autentici tappeti persiani di cui ignorava storia e significato, acquistati in massa e per capriccio dal padre con l’unico scopo di fare arredamento e colore, il rolex d’oro della maturità al polso sottile ed aggraziato, trionfale e incontestabile nella sua mediocrità, centro assoluto di un mondo sordido creato da lei e da quelli della sua razza  a glorificazione di se stessi, in un’atmosfera malefica dove niente di buono poteva crescere e sopravvivere.

Quella fu l’ultima volta che partecipai ad un carnevale.

 

Dedicata ad una certa borghesia che conosco.

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INDIA- Rajasthan- Dal 16 al 26 Aprile 2016

 

 

Un viaggio in India resta scolpito nella memoria e nel cuore. Il Sub continente indiano è sicuramente uno dei paesi che più hanno esercitato attrazione sui viaggiatori di ogni tempo. Descrivere l’India è un impresa impossibile. L’India è un’esperienza personale, individuale, soggettiva. Un’esperienza della mente, dello spirito e dei sensi. Questo tour, studiato per la nostra clientela più esigente, offre un’ esauriente panoramica dello stato indiano del Rajasthan poiché spazia dalle città con i fiabeschi palazzi, laghi e giardini incantevoli, imponenti fortezze, folle multicolori, ai villaggi di contadini, tessitori, tintori, vasai, senza trascurare le piccole e pittoresche realtà rurali e artigianali. Dal deserto del Thar al Taj Mahal, a stretto contatto con la realtà locale per meglio comprendere il Pianeta India. Dal punto di vista logistico il viaggio attraverso le distese del Rajasthan verrà effettuato in minibus / pullman privato con autista e con aria condizionata ed il soggiorno sarà effettuato presso hotel 5 stelle e 4 stelle superior in regime di mezza pensione (prima colazione e cena ) Viaggio condotto da Giancarlo Pagliero, indologo esperto e guide locali in lingua italiana.

 

Lasciati stupire. Vieni in India con noi.

Programma e quote

Scandinavia…non solo Oriente.

Il meglio della Scandinavia con partenze a date fisse per il prossimo Giugno, Luglio e Agosto 2016

Scegliete la Scandinavia che fa per voi.

PARTENZE GARANTITE con accompagnatore in italiano

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Fiordi, Lofoten ed il Sole di Mezzanotte

 

NORVEGIA -Alla scoperta dei Fiordi

Oslo – Sognefjord – Bergen

 

NORVEGIA e ISLANDA

Fiordi ed Islanda

 

Capitali Nordiche

Viaggio breve alla scoperta di Oslo,Copenhagen e Stoccolma

 

 

GRAN TOUR del BALTICO

Stoccolma, Helsinki e la Capitali del Baltico

 

 

Macondo

Cosa faremo quando la bellezza non potrà più sostenere il dolore?

Poesia in Rete

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