Treviso – Osservatorio privato

 

 

Sono arrivato qui a 47 anni. La gente di casa mia mi diceva che ero pazzo. “Sei sicuro che ti troverai bene? E’ un grande rischio andartene,  mollare tutto,  alla tua età…”. Ho corso il rischio e non me ne sono pentito. Ho lasciato alle spalle gli anni del castigo ed il sollievo che ho subito provato è stato immenso. I primi mesi  me ne andavo in giro per le strade della città da solo. Mi sembrava di essere all’estero, in un Paese straniero e sconosciuto. Capivo a stento il dialetto che tutti parlano da queste parti. Il dialetto, almeno in questo senso, cancella tutte le  distinzioni sociali tramite un linguaggio che accomuna magicamente ricchi e poveri, borghesi e popolani.  Giunsi alla fine dell’autunno e  amai da subito quell’accozzaglia di genti così diverse fra loro: la ricca signora impelliciata, lo studente vestito casual dai capelli in stile rasta, il ragazzo del Bangladesh che non vendeva accendini all’angolo,  ma possedeva, ben integrato, il suo posto di lavoro. Mi è subito piaciuto il dinamismo di questo posto, collocato così vicino all’incanto di Venezia, a due passi dal mare, con gli oleandri e gli ulivi nei giardini e questo fiume limpido di risorgiva che scorre ovunque e che ammanta  d’acqua ogni cosa. L’appartamento del palazzo dove abito adesso si trova in un parco. Il silenzio dov’è collocata la mia casa è un sollievo immenso alla vita. A Treviso ci vive gente a cui devo molto.

Quello che mi manca del Piemonte è la classe operaia, la mentalità salvifica e piena di energia della classe operaia,  che oggi è una classe di gran lunga più intellettuale di quella borghese. In Veneto non è mai esistita una vera classe operaia, così tipica invece delle nostre cittadine che per anni hanno ruotato attorno alla Fiat. Qui si è passati dalla miseria più nera degli anni ‘ 50 e ’60 al boom economico degli anni ’70 e 80′, dove tutto quello che la gente toccava si tramutava in oro. C’erano i contadini, certo, ma la classe operaia non è mai esistita da queste parti. A parte Marghera e in qualche grande realtà industriale, il concetto di sciopero o di conflitto fra classi, tra gli operai, ad esempio, era una parola sconosciuta.  Il lavoro viene inteso come dovere e non come diritto e il denaro come logica conseguenza. E’ anche vero che da queste parti  tre quarti degli imprenditori sono stati operai che in seguito si sono aperti la loro impresa. Quando un operaio entra in un’azienda ne diventa parte. Per il “padrone” è un nuovo figlio. E se chiude un’azienda, per un operaio non è solo la perdita di un posto di lavoro, è perdere un pezzo di storia personale, di identità, di radici. Del Piemonte mi manca la mentalità cosmopolita di Torino che adesso è diventata una città bellissima. Non era così fino alla fine degli anni ’80. Torino, a parte il suo centro storico, era cupa, triste, fatta di corsi e viali infinti, fitti fitti di condomini tutti uguali e senza uno stile preciso, costruiti in economia e un po’a casaccio durante il boom  degli anni ’60.  Del Piemonte mi manca l’energia dei lavoratori, la consapevolezza della loro propria fatica, la lotta di classe che avevamo combattuto tutti insieme negli anni ’70. Qui in Veneto la nuova e forse l’unica classe operaia che esista oggi  è quella costituita dagli immigrati, che però hanno ancora ben altri pensieri che non siano quelli di avanzare rivendicazioni.
Mi mancano le nostre utopie, in questo senso.

Per restare in tema di confronti devo dire di non aver mai sentito tante bestemmie come da quando vivo in Veneto. Ed è curioso questo modo di parlare per un posto che è stato per anni il cuore pulsante di una Democrazia Cristiana attivissima sul territorio  e di una Chiesa cattolica che ha permeato e asfissiato ogni cosa. E tuttavia la bestemmia qui è come una specie d’intercalare, a tratti davvero comico. Un veneto che bestemmia lo fa per alleviare la sua rabbia, non è, dunque, come maledire intenzionalmente il Cielo, è più che altro uno sfogo, una reazione momentanea e impulsiva a qualcosa che è andato storto. Non c’è relazione, infatti, fra le bestemmie pronunciate e la convinzione della fede,  a volta bigotta e bacchettona, che la gente professa o dice di professare. E’ come se le due cose procedessero su binari indipendenti e  neanche troppo paralleli. C’è la Lega, è vero. C è’ stata per anni, ora le cose stanno cambiando però. Gentilini, il mitico “sceriffo ” che per decenni ha tenuto le redini della città, è un personaggio buffo, da cartone animato, tutto sommato comico. Qui la Lega non ha mai avuto  i toni esasperati e razzisti che ha assunto, per esempio, in Lombardia negli ultimi anni.

C’è questo stuolo di giovani maschi ( e  anche meno giovani, a dire il vero ) che continuano a vivere in famiglia, cosa del tutto inconcepibile per uno come me che, fin da adolescente, aveva sognato la propria indipendenza e se n’è andato di casa  appena gli è stato possibile. C’è questo legame con la famiglia che nutre e allo stesso tempo logora il fisco e la mente. Ma è anche vero che alla fine ognuno riconosce i propri simili ed è così che la gente che frequento a Treviso è del tutto uguale a me, per intenti e modalità di vita.

Ha lasciato alle spalle la borghesia spocchiosa della mia terra, – nonostante la borghesia sia orrenda e opprimente  ovunque, anche qui a Treviso, – quella dei furbissimi bottegari e commercianti, quelli della finta “cultura del vino”  (‘è tanto più simpatico un veneto un po’ alticcio che beve perchè gli piace, fottendosene altissimamente di ogni cultura), del cibo slow e delle furberie atte a spremere i turisti e gli ingenui locali -vini, tartufi e regge sabaude dagli stucchi rindondanti e dagli interni  pesantissimi-. Quelli della casa padronale  e signorile in collina, disseminata dei ritratti ad olio della signora e padrona di casa, una borghesia fatta di nani senza possibilità di evoluzione. E fuori da quel contesto mediocre e tutto sommato puerile, nè le signore nè i signori di quella razza avrebbero la minima speranza di sopravvivere, avulsi dal loro contesto piccolo, isolano e miserrimo. Nè le borsette di coccodrillo o il cappotto firmato dallo stilista all’ultimo grido, nè il gioiello acquistato nella bottega del rispettatissimo orafo del paese, avrebbero il minimo significato, se, tolti dal loro contesto risibile e un po’ meschino, gli stessi signori e signore dovessero vivere per obbligo altrove, senza un pubblico, a sua volta piccolissimo nei suoi stessi slanci, che non attende altro che di essere stupito dalla pantomima ridicola di coloro che si sentono al pari degli dei come per diritto acquisito.

Passeggio ancora per le vie Treviso, spesso da solo. Mi piace questo senso di anonimato quasi assoluto: nessuno che mi saluti, nessuno che mi conosca, nessuno che io debba salutare a mia volta per forza. Tranne gli amici, certo,  ma questo è parlare dei miei rapporti personali  e non del luogo dove vivo adesso. Mi piace questo fatto che quasi tutti si diano “del tu”, indipendentemente dall’età che li divide. Mi fa star bene questo vento strano che a volte si spinge fin da Trieste e si avverte anche qui, sebbene smorzato e più lieve.

A dire il vero potrei vivere da qualunque parte. Non posseggo radici e non soffro di solitudine. Ma qui mi sento libero e traboccante d’amore. Come quando mi sveglio al mattino, apro le finistre che danno sul parco e posso vedere la luce, il sole, la pioggia, tutta la vita che scorre davanti ai mei occhi. E ringrazio tutti i miei dei pagani che la sorte, la fortuna e il caso mi abbiano condotto fino a qui.

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About gianpa59

L'ultima frase, dice l'attore, sarebbe forse stata detta prima del silenzio. . Si sarebbe riferita all'emozione che si prova a volte nel riconoscere ciò che non si conosce ancora, all'impaccio in cui ci si trova nel non poter esprimere questo impaccio a causa della sproporzione delle parole,della loro povertà davanti all'enormità del dolore In fondo al teatro, dice l'attore, ci sarebbe stato un muro di colore blu.Questo muro chiudeva la scena. Massiccio, esposto a ponente, di fronte al mare. Questo muro era per definizione indistruttibile, benché fosse battuto, giorno e notte, dal vento del mare, e subisse in pieno l'infuriare delle più violente burrasche.L'attore dice che il teatro era stato costruito intorno all'idea di questo muro e del mare, affinché il rumore del mare, vicino o lontano, fosse sempre presente nel teatro. Quando non c'era vento, era attutito dallo spessore del muro, ma lo si avvertiva sempre, al ritmo pacato del mare. Non ci si sbagliava mai sulla sua natura. Quando c'era burrasca, certe notti, si sentiva chiaramente l'assalto delle onde contro il muro della camera. E il loro frangersi attraverso le parole Marguerite Duras

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