Archivio | voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho RSS for this section

Il ballo a palchetto – Osservatorio privato.

palchetto

Non so se abbia un nome diverso in lingua italiana. Non so neppure se ve ne siano ancora da qualche parte. In Emilia-Romagna c’era la balera, un grande salone adibito a pista da ballo con servizio bar. Da noi, nella campagne del Piemonte, c’era la curiosa variante del ballo a palchetto (italianizzazione dal piemontese bal a palchett) ovvero una pista circolare chiusa con al centro un palo, sormontata da un tendone teso a terra, adatto a riparare dalla pioggia e dal freddo coloro che si trovavano all’interno, con un posto minuscolo per qualche strumento musicale, di solito una fisarmonica, un clarinetto in Do, sassofono e voce. Il ballo a palchetto faceva la sua comparsa durante i giorni della Festa della Leva  che di solito si teneva all’inizio dell’estate, avvenimento quanto mai importante soprattutto al compimento del 18° anno, e in poche altre occasioni nelle altre stagioni. Non c’era bisogno di scegliere la location, né si creava un evento, non c’erano VIP né effetti speciali di alcun tipo. Gli addetti montavano il ballo a palchetto ai lati della piazza e la festa poteva incominciare. Di solito il tutto durava un paio di giorni durante i quali il paese intero si destava dal suo torpore di secoli. Tutti, dai bimbi agli anziani, facevano il conto delle ore che mancavano all’apertura delle danze, mentre per le viuzze correva un’ energia palpabile e viva, segno di un’eccitazione pulita e tangibile che contagiava ogni abitante del posto e perfino qualcuno dei dintorni. E il sabato sera era tutto un accorrere di madri vestite con gli abiti buoni della festa, di padri e nonni in giacca e cravatta, di bimbi, nonne  e zie in camiciole candide e scarpe strette, di giovani paesani maldestri dall’aria un po’ goffa, di ragazzine semplici con il vestito scampanato e l’aria trasognata.

Io vivevo nella mia piccola città di provincia, ma in campagna ci tornavo spesso. A Monale c’erano Ginota,  Clemente e loro figlio Riccardo, la famiglia presso la quale era sfollata mia madre ai tempi dei rastrellamenti , quando nonna Lalla l’aveva mandata in quel posto sperando di salvarle la vita, e con la quale era rimasta in stretto contatto anche dopo la guerra.
La mia esistenza allora si divideva fra le giornate noiose dedicate allo studio nella mia città di nani e gli agognatissimi fine settimana in campagna. Trascorrevo buona parte dell’estate a Monale a quei tempi. Non accadeva niente di niente in quei giorni. Niente che valesse la pena di essere raccontato o di essere ricordato con slancio emotivo. Non c’erano eclatanti emozioni né dolori feroci da tamponare in fretta, nessun allarme rosso a suonare insistente.Erano giorni di assoluta monotonia e quiete quei giorni vissuti in un ambiente agreste, semplice e bellissimo e che tuttavia avevano il potere di riconciliarmi con la vita e con l’intero genere umano. Si andava la mattina presto con Clemente per funghi, quando era stagione, o a raccoglier mughetti. Clemente, detto l’uomo dei boschi, ci portava per mughetti: un gesto nobile adatto ad un nobile cuore, del tutto insolito per un maschio di quei tempi, ma non per lui, il ciabattino del paese, colui che da una tomaia e da un pezzo di pelle o di stoffa qualunque tirava fuori una scarpa-meraviglia delle meraviglie – come un prestigiatore tira fuori una colomba da un cilindro. Si partiva all’alba a piedi e dopo un sacco di tempo ci si inoltrava, virando improvvisamente a destra o a sinistra, fra i rami frondosi e fitti di luoghi chiusi e inaccessibili eppure a lui così noti; stretti pertugi che portavano direttamente nel cuore di posti magici, mentre lui segnava il percorso affinché non ci fossimo perduti al ritorno. Usava un complicatissimo sistema fatto di fronde legate fra loro, di nodi eseguiti con piccoli rami di salice e segni misteriosi incisi sul terreno col bastone dove si appoggiava durante le sue passeggiate. A volte, dove il sentiero si faceva meno evidente o scivoloso, lasciava il suo fazzoletto candido legato ad un ramo perché gli ricordasse il possibile pericolo al ritorno. Si facevano chilometri e chilometri senza dire una parola. Clemente davanti a noi che fiutava l’aria come un vecchio espertissimo cane e tutto intorno c’era solo la frescura del bosco ed il cinguettio degli uccelli che lui ci insegnava a guardare e a comprendere, quasi sempre sussurrandoci poche parole a voce bassissima. La sera si cenava con il caffè latte. Una grande scodella dove si tuffava un pane delizioso e fragrante che si gonfiava tutto e noi si faceva a gara a chi riusciva a conficcare il cucchiaio là dentro senza che questo si muovesse di un millimetro. Le notti le trascorrevo su di un materasso di crine collocato su di un letto altissimo di ferro battuto, sulla soffitta di una casa piccola, una casa che sembrava pensata per i bambini o per gli gnomi, dalle mura antiche e spesse, dove l’afa terribile dell’estate non osava entrare mai.

Il palchetto arrivava e noi eravamo finalmente  felici. Io non sapevo ballare niente di niente, ero goffo, impacciato e fisicamente stolto, tutto gambe e braccia, ma mi piaceva guardare gli altri che  si tuffavano nella mischia e prendevano a danzare valzer, polke e mazurche. Non era di certo quello il genere di musica che preferivo, e tuttavia era piacevole restare in mezzo agli altri, tutti pervasi da un’eccitazione autentica, appena un poco infantile. Quando si usciva a prendere una boccata d’aria ti mettevano un timbro di colore blu su di una mano, segno che avevi pagato l’ingresso e potevi quindi andare e venire a tuo piacimento. Si usciva nell’aria tiepida della notte, Alessandra, Anita, Nicoletta, Beppe, Guido, Daniela, Gianni e qualcun altro, a parlare dei sogni e di un futuro del quale non sapevamo assolutamente nulla, scevri noi da qualsiasi sovrastruttura, con la testa piena di abbozzi di idee ancora senza forma alcuna, con un cuore  giovane che palpitava lento, privo di sussulti e terremoti di alcun tipo, del tutto immersi in un’ infanzia che perdurava da secoli, senza suoni né clamori speciali, così diversi, nella nostra semplicità paesana, dalle ragazzotte procaci che vivevano a Torino e che venivano in visita ai parenti del paese sfoggiando un’alterigia che non ci apparteneva, consapevoli, esse, della loro indubbia posizione di vantaggio rispetto alla nostra goffaggine innata: belle gambe, seni tondi ed aggressivi, labbra carnose, jeans attillati e capelli al vento, giovani femmine un po’ sboccate-intenzionalmente ed eccessivamente sboccate- e pertanto sensibili all’ammirazione dei maschi del paese, facili prede del magnifico, dell’esotico e del rutilante. Noi ce ne stavamo in disparte, spettatori inerti di una scena che si svolgeva sullo stesso fondale eppure a mille miglia da noi. Perché nei miei quattordici, quindici o sedici anni io non possedevo un corpo sensibile, non sapevo nulla del sesso, né avvertivo desiderio alcuno: percepivo soltanto allora una volontà ineluttabile e greve d’amare, una necessità d’amare così feroce, così disperata come potevo immaginare che fossero la fame e la sete, un’errabonda e perplessa necessità d’amare, come una roccia enorme sotto la quale agonizzava il bambino che ero stato.
Poi vennero la vita, le scelte, la politica, i viaggi, il lavoro. E non ci fu mai più un’estate simile a quelle.

Arrivederci -Josif Aleksandrovic Brodskij – Osservatorio privato

pioggia

 

 

Arrivederci, o magari addio.
Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole,
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso (eppure sapessi com’è strano, per me, scriverti di nuovo,
com’è bizzarro rivivere un addio…)
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio.
Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami,
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine.
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore.
Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire…
Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto;
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza,
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona.
Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.
Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo,
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi,
sull’amicizia che hai voluto concedermi
e che ti restituisco affinché tu non abbia a perderti.

Arrivederci, o magari addio.
Librati, impossessati del cielo con le ali del silenzio
oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Josif Aleksandrovic Brodskij

Apri gli occhi – Osservatorio privato

orizon

 

Apri gli occhi. Perché c’è tutto questo cielo, di un azzurro che non ce n’è un altro. E solo con i tuoi occhi, puoi catturarlo. E farlo tuo. Apri gli occhi. Perché un sorriso non si vede a occhi chiusi. E gli occhi sono tutto ciò che hai per afferrarlo. Le dita possono solo arrivare a sfiorarlo, e solo una parte, mai tutto insieme. Apri gli occhi. Perché i bambini corrono veloci. Così veloci che, se li perdi di vista, non saprai più cosa vuol dire essere un bambino. E allora inizierai a morire. Apri gli occhi. Perché tutte le volte che li hai tenuti chiusi, il mondo ha fatto senza di te. Apri gli occhi. Perché, se non li apri, come fanno i sogni a uscire. E se non escono, non troveranno mai spazio per crescere. Apri gli occhi. Perché la vita non sai da che parte arriva. E finché avrai gli occhi chiusi, non sarai mai pronto ad accoglierla, o a difenderti. Apri gli occhi. E guarda quanto di te, c’è ancora là fuori.

traindogs 437 | Apri gli occhi

La mia memoria- Osservatorio privato

mom 001

 

Si sposarano la mattina presto, prestissimo il Vandro e la Rita. Tanto presto che metà dei parenti non era voluta nemmeno andare al matrimonio. La Rita indossava un vestito bianco e un cappellino con la veletta. Non era un vero abito da sposa il suo, era più che altro una specie di tailleur, color della panna, cucito dalla sarta che viveva nel loro stesso cortile, un tipo di abito che mia madre non aveva mai indossato prima nella sua vita. Le scarpe rigorosamemte in tinta con il vestito e fatte a mano dal ciabattino che l’aveva accolta come una figlia quando era sfollata in un piccolo paese fra le colline. Conservo alcune foto del giorno del matrimonio dei miei genitori. Sono foto in bianco e nero che ritraggono un mondo che non c’è più. Vandro indossava un completo scuro con la cravatta. Nella foto ha un’ aria da scavezzacollo impertinente, una delle poche foto che conservo di lui mentre scherza e ride con i suoi amici. Il viaggio di nozze si svolse su di una cinquecento prestatagli dal suo datore di lavoro. La destinazione era Sanremo. La permanenza fu breve perchè il Vandro doveva tornare al più  presto all’officina  perché con il padrone, anche se buono, non si scherzava. C’è un’altra foto che conservo da qualche parte dove loro due, vestiti entrambi con abiti chiari, leggeri ed estivi, si fanno ritrarre da un fotografo,  uno di quei  personaggi che popolavano le spiagge negli anni ’50; loro due in pose alquanto improbabili, un poco forzate, nell’intento d’ imitare  i modi e gli atteggiamenti dei grandi ricchi dell’epoca, dei divi dei rotocalchi e dei fotoromanzi. I fotoromanzi la Rita li sfogliava dalla Jole, un’amica che le faceva i capelli  di tanto in tanto in casa sua, perchè Nonna Lalla non  le avrebbe mai consentito  di spendere i soldi per quel genere di letture, da ignoranti e da sgualdrine.  La Rita non voleva essere ignorante e nemmeno una sgualdrina; lei sognava di essere Grace Kelly. Era bionda come il lino la Rita e questo le era stato utile in più di una occasione, quando Nonna Lalla, per salvarle dalle bombe che cadevano sulla città e dai rastrellamenti, nascondeva lei  da certi amici nella campagne del Monferrato e la sorella da una cugina in Liguria. Loro,  che non erano iscritte al Partito Fascista, con quel cognome imbarazzante  e strano,  che sapeva di straniero, le uniche in quella piccola città a portare quel cognome, in mezzo alla marea di tutti quelli che si chiamavano con veri cognomi piemontesi e nostrani. Nonna Lalla le diceva sempre che lei era la copia sputata di sua madre Elisabetta, morta all’età di 30 anni, prima che arrivasse la guerra e il male, prima che loro andassero a vivere con lei, quando la Rita aveva solo 4 anni. Prima di addormentarsi, la sera, lei guardava l’unica foto che possedesse di sua madre e, sì, si trovava somigliante a lei. Chissà come sarebbe stato vivere con la sua mamma, si domandava spesso la Rita?
Vandro la teneva d’occhio già da un pezzo. Poi una sera si fece ardito e decise di attenderla fuori dal posto dove lei lavorava. ” Posso avere l’onore di accompagnarla a casa?” le disse tutto d’un fiato, in sella alla sua bici mezza sgangherata. Lei lo guardò dall’alto in basso, sdegnosa e altera: “Come vede non ho problemi di deambulazione. Riesco ad arrivare benissimo a casa mia da sola e senza l’aiuto di nessuno”. Ma il Vandro aveva la testa dura. Le fece la stessa domanda per un mese di fila finchè la Rita cedette. Il loro appartamento era piccolo, ma ero un luogo caldo e sicuro, che divideva con la donna che amava, la cosa più importante per un giovane uomo che aveva trascorso un sacco di tempo  a preder botte e sputi dai fascisti. Si era salvato, il Vandro, solo perchè ci sapeva fare con le automobili. Se ne intendeva di pistoni e ammortizzatori, di fili e bobine; aveva aguzzato l’ingegno e la sua voglia di vivere aveva avuto la meglio sul male. Come regalo di nozze ricevettero un fornello a gas, uno di quegli aggeggi a  quattro zampe con due fiamme e un tubo che lo collegava ad una bombola. Alla Rita non sembrava neanche vero di non dover più pulire la stufa a legna tutti i santi giorni, come faceva a casa di Nonna Lalla.

Quando il Vandrò morì, tanti anni dopo, sopraffatto dalla demenza, la Rita lo salutò con un bacio leggerissimo sulle  labbra screpolate, lo strinse a sé e si ricordò di quel ragazzo allegro e secco che voleva a tutti i costi accompagnarla a casa sulla sua bici mezza sgangherata e proteggerla da tutto il dolore  e dalla paura immane che lei aveva provato.

 

Prendeva gli aerei- Osservatorio privato

Prendeva gli aerei come gli altri prendono il tram. Li prendeva da talmente tanto tempo e così spesso che talvolta gli assistenti di volo lo riconoscevano e lo salutavano con calore. Si sistemava al suo posto, toglieva gi occhiali, prendeva cuscino e coperta e sprofondava in un sonno profondo che durava fino all’arrivo. Quel posto era una tana sicura, un rifugio perfetto, un posto comodo prima d’incominciare il lavoro, al di là delle montagne, delle vaste pianure, al di là del mare. A volte tornava a casa diverso, gli occhi pieni dei volti delle persone che aveva incontrato, le narici colme di odori, l’anima grata. Altre faceva ritorno come se non fosse accaduto niente di niente, come se tutto non fosse stato altro che una parentesi banale nel procedere della sua vita. Una volta che era molto stanco si svegliò una mattina presto nella stanza di un hotel e non ricordò dove fosse. Dovette scostare le tende trafelato, in preda al panico, immerso in una paura sudata e umida, guardare fuori e accorgersi che si trattava di Hong Kong. Spesso chiedeva alla reception il numero di chiave sbagiato. ” Mi dia la 702, per favore” “Quest’hotel ha solo 4 piani, signore”, ” Va bene, allora mi dia la 402, quella che le ho chiesto prima era la stanza che avevo a Delhi la settimana scorsa, mi scusi “. Un’altra volta arrivò a casa una mattina, d’inverno, si stese un attimo sul letto e prese sonno. Si svegliò che era già sera, nell’oscurità più totale. Credette, per un lungo istante, di aver perso il volo di ritorno, che la sua gente lo stesse cercando, che per colpa sua tutto fosse andato a rotoli. Poi accesse la luce sul comodino, vide l’armadio,la cassettiera, la valigia ancora intatta e si rese conto di essere a casa. Tutto era già finito, concluso, compiuto. Non c’erano stati danni. Partiva che era inverno e tornava che era già Natale, piroettando per il mondo come una trottola impazzita. Spesso, quand’era in volo, prima di sprofondare in un sonno catelettico e senza sogni, guardava le nuvole dall’oblò e si sentiva confortato. Quel mare soffice, dall’aspetto morbido, quasi solido, gli piaceva da morire. Come un bambino, pensava che sarebbe stato bello sprofondare dentro una distesa di nuvole bianche. Da piccolo voleva fare il dottore. Poi, da grande, prese a salire sugli aerei come gli altri salgono sul tram. Non c’è un inizio in questa storia. E come non c’è un inizio, non c’è nemmeno una fine. C’è un aereo. Un aereo è rassicurante, non è come un treno che puoi perdere, sui binari o nella vita; un aereo raramente lo perdi, a meno che tu non voglia perderlo di proposito. C’è un oblò. Ci sono immagini che passano. Ci sono case e autostrade che sembrano puntini piccolissimi. Ci sono orizzonti. C’è il mare. Ci sono i saluti, gli arrivederci, gli addii, gli abbracci. Ci sono libri e quaderni da portarsi appresso. E ricordi, e sogni, e speranze.

Il Dottor D’Anelli – Osservatorio privato

Si è spento nella sua casa di via Canova ad Asti, questa mattina 17 novembre, Aris d’Anelli, a 90 anni. D’Anelli era nato il 10 luglio del 1924 a Addis Abeba, dove suo padre era direttore delle poste e telegrafo. Dopo le elementari, nel 1935 tornò ad Asti, frequentò il liceo classico e diede vita all’associazione “La giostra” che fu un momento di fervore per la cultura astigiana. Si appassionò ancor più alla cinematografia, scrisse recensioni di film e con altri fondò uno dei primi cineclub italiani. Nel ‘49 si laureò in medicina a Torino e nel ‘66 diventò primario di Cardiologia, che con lui si trasformò in un vero reparto, a metà anni ‘70 nacque la Sala Botallo, una delle prime unità coronariche in Piemonte, una creatura sua, un fiore all’occhiello dell’ospedale di Asti e sono in molti a visitarlo, anche dall’estero.
Negli anni Novanta, a riposo come “primario emerito”, si dedica alla scrittura: dal ’95, con “L’uomo che parlava con i fili”, al 2010 “Come il cinema ha raccontato il Risorgimento” escono nove pubblicazioni, ma portano la sua firma anche diversi articoli sulla rivista “il Platano” ed un centinaio di studi scientifici. La passione per il cinema la trasmette anche agli studenti dell’Utea, che per quindici anni seguono le sue lezioni.

Era bravo d’avvero lei, Dott. D’Anelli. Era un medico bravissimo, una persona d’altri tempi, un signore vero, un uomo autentico. E mi mancherà molto. Lei fu colui che mi curò fin da bambino. Lei, con la sua voce ferma e rassicurante, i suoi gesti calmi, il suo stetoscopio sempre al collo, il suo camice bianco e le sue carezze, lei fu colui che chiuse gli occhi a mio padre, quella sera di quel maledetto giugno caldissimo e senza vento. Era già in pensione da tempo e lo chiamammo tardi, che sicuramente stava già dormendo. Lei arrivò subito dopo e consolò mia madre, poi stese il referto di papà, quello che certificava la sua morte. Quando ricoverarono me, per tre volte consecutive, lei non mancava mai una visita, anche se quello non era propriamente il suo di reparto. Entrava nella mia stanzetta e mi sorrideva, controllava che il liquido della flebo scorresse regolarmente, s’informava sulle mie letture, mi toccava la testa con una specie di carezza lieve e se ne andava salutando con la mano. Mi regalò il primo dei suoi libri. Poi mi donò tutti gli altri, mano a mano che  li scriveva. Ricordo che una volta mi disse: ” Non so se siano scritti nel linguaggio che tu preferisci, in fondo non sono uno scrittore io, sono solo un medico”.
Quando me ne andai da Asti le scrissi una lunga lettera. Volevo spiegarle come mi sentivo, volevo raccontarle che strana svolta la vita aveva preso per me. Mi rispose con la sua calligrafia minuta, su di una carta finissima, d’altri tempi. La conservo nel cassetto della scrivania dello studio, fra le cose a me più care.

Mamma mi ha detto che se n’é andato così, dicendo a sua moglie ( 61 anni insieme ) che avrebbe dovuto ricordarsi di andare a cambiare le gomme dell’ auto l’indomani mattina, che l’inverno era ormai alle porte. Poi ha reclinato il capo,  con un soffio leggero, con un piccolo tremito, nella sua vecchia casa bellissima e semplice piena di ricordi, di libri e di vecchie carte. Non la vedevo dallo scorso Natale, dottore, così le scrissi un’altra lettera, prima di partire per l’ultimo viaggio che ho fatto, poche settimane fa. Chissà se avrà fatto in tempo a leggerla?

Saranno in molti a piangerla, ma io voglio mandarle, oggi, il mio grazie e la mia gratitudine immensa per avermi salvato l’esistenza, per avermi mostrato che la vita è sì per certi versi terribile, ma che solo l’amore può erigersi contro la morte come un vessillo in fiamme, come un esercito in marcia. E se alla fine la morte dovrà per forza vincere la partita, ci sono istanti i cui la vita, trasfigurata in amore, trionfa su tutto il resto, anche sull’ineluttabilità della morte. Grazie Dottor D’Anelli. Ovunque lei sia.

 

Macondo

Cosa faremo quando la bellezza non potrà più sostenere il dolore?

Poesia in Rete

I "Miei" Poeti Amati

poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI ...

i discutibili

perpetual beta

Viaggi e Baci

di viaggi, di libri e altre passioni

Mireyatravel

Meraviglie del mondo

Odio l'umanità (ma magari tra un po' mi passa...)

Tutte le azioni ed i comportamenti che non sopportiamo della popolazione del nostro "Bel Paese"

I Viaggi dei Rospi

Ero una single convinta, poi ho trovato un Rospo e abbiamo fatto le valige insieme...ora viaggiamo in quattro! Blog di Viaggi e Avventure nel mondo di una famiglia con bebè e quadrupede al seguito

asiabusinesstraveller

sharing emotions and thoughts

In viaggio per il mondo: istruzioni per l'uso

Just another WordPress.com weblog

valeriu dg barbu

©valeriu barbu

MACELLERIA MARLEO

Per la beatitudine soltanto.

Solvitur ambulando

percorsi e soluzioni

Hopeandloveislife. Il segreto della vita

Non mi piace essere assorbita dalla mentalità del mondo. Ci sono, ma amo fermarmi e assaporare la Vita, attimo per attimo, con le sue gioie e i suoi dolori. E' un dono di Dio e come tale non va sprecata. Amo colui che mi ama da sempre e per sempre. Dio

TDK TRAVEL & TOURS

The profesional travel consultant

Jessica Korteman

Dedicated to all things travel, Notes of Nomads is your go-to travel guide for real on-the-ground accounts, tips, advice, reviews and photography.